Tumore al seno: ogni anno colpite 3.300 donne in età fertile

I dati di un importante studio italiano mostrano che avere una gravidanza dopo la chemioterapia per tumore al seno è sicuro per gestanti e bambini

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Articolo aggiornato il 3 Gennaio 2024

Ogni anno in Italia sono oltre 5mila le donne e 3mila gli uomini a cui viene diagnostico un tumore in giovane età, in molti casi ancora prima di diventare genitori, ma soltanto il 10% di loro ha accesso alle tecniche di preservazione della fertilità. Soltanto nel 2020, sono stati registrati quasi 55mila nuovi casi di tumore al seno in Italia: il 6% riguarda donne under 40, pari a circa 3.300 diagnosi.

In questi casi, la “chemioterapia rischia di compromettere la capacità riproduttiva“, spiega Lucia Del Mastro, responsabile della Breast Unit dell’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino di Genova. Ma oggi, grazie ai progressi raggiunti in campo oncologico, è possibile ricorrere a vari metodi per assicurare la possibilità di avere un figlio in futuro. L’oncofertilità è stata nei giorni scorsi al centro del congresso “Back From San Antonio”, dedicato alle principali novità emerse dal convegno internazionale “San Antonio Breast Cancer Symposium“, che si è tenuto a dicembre.

La gravidanza è sicura dopo un tumore al seno?

In seguito a un tumore al seno, “la gravidanza è sicura sia per la mamma che per il bambino“, spiega Lucia Del Mastro. Infatti, “avere un figlio sano oggi è possibile”, come dimostrato dallo studio, che ha preso in considerazione la casistica più ampia al mondo di giovani donne con pregresso carcinoma mammario e successiva gravidanza. Nello studio, coordinato dalla Breast Unit dell’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino, sono state considerate 114.573 pazienti, di cui 7.500 hanno avuto un figlio.

Gli effetti degli antitumorali sulla gravidanza

L’obiettivo dello studio era valutare la frequenza delle gravidanze al termine delle cure oncologiche, in relazione anche alla salute dei neonati e alla sicurezza materna in termini di sopravvivenza dopo il cancro. Dallo studio, è emerso che non c’è un aumento significativo del rischio di malformazioni per il neonato né di complicazioni legate alla gestazione e al parto. Inoltre, non è stato riscontrato nessun peggioramento della prognosi oncologica per le pazienti, in termini di possibile ripresa della malattia. D’altra parte , nel caso di pazienti con pregressa esposizione a trattamenti oncologici, occorre prestare più attenzione all’aumento di alcuni fattori di rischio, come: il rischio di nascite sottopeso (+50%), di un ritardo di crescita intrauterina (+16%), di parto pre-termine (+45%) e con un cesareo (+14%).

Le tecniche per preservare la fertilità

Come abbiamo già accennato, i trattamenti antitumorali rischiano di compromettere la capacità riproduttiva. Per preservare la fertilità esistono oggi tre strategie: il prelievo e il congelamento degli ovociti; il prelievo e il congelamento del tessuto ovarico, che non richiede stimolazione ormonale; oppure l’uso di un farmaco che mette “a riposo” le ovaie prima e durante i cicli di chemioterapia.

Quest’ultima tecnica, ideata dal gruppo di ricercatori guidato da Lucia Del Mastro, è oggi un protocollo impiegato a livello internazionale. “Nel nostro centro, per le donne che si devono sottoporre a chemioterapia proponiamo questa strategia combinata con una delle altre due per aumentare le chance di avere un figlio”,  conclude l’oncologa.