Il ruolo della vitamina D nella cura di Covid-19

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Foto Pexels | Pavel Danilyuk

Un nuovo studio coordinato dall’Università di Padova con il supporto degli atenei di Parma e Verona e gli Istitutidi Ricerca CNR di Reggio Calabria e Pisa, ha indagato il legame tra il trattamento dei pazienti Covid-19 e l’assunzione di vitamina D.

La ricerca, pubblicata sulla rivista Nutrients, ha l’obiettivo di indagare l’incidenza dei pazienti trasferiti in Unità di Terapia Intensiva e/o deceduti nei casi in cui venisse somministrata anche vitamina D a margine delle cure mediche.
Lo studio ha così evidenziato scientificamente il ruolo della vitamina D. La sua assunzione, infatti, secondo i dati dello studio, nei pazienti di Sars-Cov-2 con comorbidità fa diminuire sia i decessi che la necessità di ricovero in terapia intensiva.

Assunzione di colecalciferolo vs. ipovitaminosi D

Prima di quella italiana, l’unica ricerca che aveva preso in considerazione l’assunzione di colecalciferolo, ossia la vitamina D nativa, in persone risultate positive a Covid-19 era stata condotta da un team francese su pazienti anziani.

Non vi sono, quindi, ancora sufficienti studi in merito all’influenza della vitamina D sull’insorgenza e sul decorso di Covid-19. Quella degli istituti italiani potrebbe essere un primo passo molto importante in questo senso.

Allo stato attuale, infatti, l’unica associazione con Coronavirus era il riscontro di una maggiore esposizione alla malattia, e alle sue manifestazioni cliniche più serie, in caso di ipovitaminosi D.

Ha spiegato il docente dell’Università di Padova, Sandro Giannini: “I pazienti della nostra indagine, di età media 74 anni erano stati trattati con le associazioni terapeutiche allora ausate in questo contesto e, in 36 soggetti su 91 (39.6%), con una dose alta di vitamina D per 2 giorni consecutivi. I rimanenti 55 soggetti (60.4%) non erano stati trattati con vitamina D“.

I risultati della ricerca

In coloro che avevano assunto il colecalciferolo, il rischio di andare incontro a decesso o trasferimento in ICU era ridotto dell’80% rispetto ai soggetti che non l’avevano assunto“, ha spiegato il professor Sandro Giannini a Ansa.

Lo studio in particolare ha evidenziato che nei pazienti con un elevato numero di comorbidità (ovvero, storia di malattie cardiovascolari, broncopneumopatia cronica ostruttiva, insufficienza renale cronica, malattia neoplastica non in remissione, diabete mellito, malattie ematologiche e malattie endocrine) l’effetto protettivo della vitamina D era più evidente.