Morbo di Alzheimer: un’importante scoperta avvicina la cura

Occorre ricordare che ai lavori scirntifici hanno preso parte anche la dottoressa Silvia Campioni ed il Dipartimento di Scienze biochimiche dell’ateneo fiorentino, e di Annalisa Relini (Dipartimento di Fisica dell’Università di Genova)

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    Morbo di Alzheimer: un’importante scoperta avvicina la cura

    Si aggiunge un tassello in più nella ricerca contro gravi malattie neurodegenerative come il Morbo di Alzheimer, il Parkinson e l’amiloidosi grazie ai risultati di un lavoro scientifico pubblicato su “Nature Chemical Biology” e realizzato da un team di ricercatori del Dipartimento di Scienze biochimiche dell’Università di Firenze, guidato da Fabrizio Chiti.

    Occorre ricordare che ai lavori scirntifici hanno preso parte anche la dottoressa Silvia Campioni ed il Dipartimento di Scienze biochimiche dell’ateneo fiorentino, e di Annalisa Relini (Dipartimento di Fisica dell’Università di Genova).La novità è rappresentata dal fatto di aver compreso bene come tali malattie croniche parrebbero possibili perché alla base vi sarebbe l’incapacità di una proteina di restare solubile col risultato che tale incapacità determinerebbe dei veri e propri accumuli che si definiscono fibrille amiloidi che andandosi a localizzare nel cervello determinerebbero quei danni tipici sia dell’Alzheimer che del Parkinson e dell’ amiloidosi.

    Ma c’è di più, come sostiene Fabrizio Chiti, “ Prima di diventare aggregati fibrillari maturi, però l’aspetto è quello di aggregati intermedi, detti “oligomeri”. Sono essi i veri responsabili delle patologie e risultano molto difficili da identificare e studiare perché sono instabili e hanno struttura eterogenea». Ed è proprio lo stato degli oligomeri che incuriosisce gli scienziati, strutture che si è cominciato a ricreare anche in laboratorio al fine di studiarle e soprattutto indagare il modo in cui è possibile aggredirli e non solo, grazie a tale lavoro scientifico è anche possibile capire la tossicità che tali gruppi rappresentano e soprattutto i fattori che intervengono in tale contesto.

    «Studiare a livello molecolare gli oligomeri – ha commentato Chiti – apre importanti orizzonti sul meccanismo che sta all’origine di queste malattie e permette di identificare nuovi bersagli per l’intervento terapeutico. Sulla strada aperta dalla nostra ricerca di base si può sviluppare la ricerca farmacologica. Per dirla con un’immagine, stiamo preparando il terreno dove costruire l’edificio della prevenzione e della cura»