Robin Carhart-Harris è il direttore del Centre for Psychedelic Research all’Imperial College di Londra, il primo centro dedicato esclusivamente agli studi sulle sostanze psichedeliche applicate nel campo della medicina psichiatrica. Nato nel 2019, è stato emulato l’anno successivo dal Center for Psychedelic and Consciousness Research Di Baltimora. Carhart-Harris è a oggi uno dei ricercatori più importanti a livello internazionale poiché guida quello che è stata definito il Rinascimento psichedelico, ovvero un rinnovato interesse dell’accademia nei confronti di queste sostanze, in particolare LSD e i principi chimici contenuti nei funghi allucinogeni.

Lo scienziato è riuscito a effettuare nel 2016 una risonanza magnetica funzionale del cervello umano durante un trip di LSD, mostrando come l’attività cerebrale si modifichi durante l’assunzione di determinate sostanze. Questa è stata la base di un ritorno alla ricerca verso soluzioni efficaci per curare, tra le tante, una delle malattie mentali che più colpisce a mondo, ovvero la depressione, con oltre 260 milioni di malati. L’incapacità di trovare antidepressivi davvero risolutivi (anche se al momento il mercato mondiale vale 12,5 miliardi di dollari), ha portato alla riapertura del capitolo droghe psichedeliche.

Le neuroscienze quindi hanno deciso di esplorare questo campo, per poi scoprire che la psilocibina, componente chimico dei funghi funghi allucinogeni, agisce proprio come un antidepressivo, toccando la percezione che abbiamo del mondo. Questo scardina completamente la consapevolezza che abbiamo di noi stessi e del mondo che ci circonda, liberando il subconscio e le emozioni represse, aiutando chi è affetto da disturbi dell’umore a liberarsi e a cambiare il punto di vista sulla vita.

Secondo uno studio pubblicato sul New England Journal of medicine, effettuato su 59 volontari depressi a vari livelli della patologia, la risposta alla sostanza è molto positiva. Infatti, a un gruppo è stato dato un antidepressivo, l’Escitalopram, mentre all’altro la psilocibina ad alto dosaggio, somministrata in due sessioni. Se il primo gruppo ha dato una risposta positiva il 33% dei casi, nel secondo sono state più del 70%. Anche per quanto riguarda gli effetti collaterali i risultati sono stati interessanti: l’antidepressivo ne dava diversi, comprese ansia e sonnolenza, la sostanza psichedelica solo un leggero mal di testa. Il problema degli antidepressivi è che tendono ad rallentare pensieri e azioni dei pazienti, anestetizzando in un certo senso la libertà di pensieri e i sentimenti, cosa che invece non fanno le sostanze psicotrope, che aprono e liberano gli aspetti inconsci del soggetto. 

La ricerca è ancora in corso e non è ancora facile stabilire cosa accadrà in futuro, poiché innanzitutto bisogna liberare dal pregiudizio le sostanze psichedeliche, ma bisogna anche somministrarle nel quantitativo giusto e soprattutto regolamentarle nel migliore dei modi, affinché non si ritorni in un circolo vizioso di consumo di droga e quindi di proibizionismo.

Altro aspetto da non sottovalutare è il cosiddetto trip che viene fatto con queste sostanze, che può essere positivo ma alcune volte anche negativo con pesanti conseguenze sulla psiche.