Vaccino: secondo il giuslavorista Ichino, chi lo rifiuta può essere licenziato

Secondo il giurista e politico, il vaccino può divenire obbligatorio se il rischio di contagio mette a rischio la salute degli altri lavoratori

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Foto Getty Images | Christopher Furlong

Articolo aggiornato il 3 Gennaio 2024

Se ci si rifiuta di fare il vaccino, che non sarà obbligatorio, si potrà essere licenziati dal proprio datore di lavoro. A sostegno di questa possibilità il giuslavorista Pietro Ichino, ex senatore Pd e deputato Scelta Civica.

Infatti, intervistato dal Corriere della Sera, ha spiegato che non si può costringere qualcuno a sottoporsi al vaccino, ma in determinati contesti potrebbe essere necessaria tale procedura da parte dei dipendenti. Da qui ne deriva un’impossibilità a rimanere in quel determinato luogo di lavoro.

Ichino: il Codice Civile permette il licenziamento

Il licenziamento è permesso dall’articolo 2087 del Codice Civile, che recita: “L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica,  sono necessarie a tutelare l’integrità  fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro“.

Dunque, il benessere dei lavoratori è una delle priorità del datore di lavoro, che deve garantirlo sempre ai propri dipendenti. Se uno di questi mina tale obiettivo, allora potrà essere allontanato, di fatto rendendo in questo caso, il vaccino obbligatorio.

Questa situazione, spiega Ichino, si potrà verificare solo quando in futuro il vaccino sarà disponibile per larga parte della popolazione: “via via che la vaccinazione sarà ottenibile per determinate categorie, per esempio i medici e gli infermieri, diventerà ragionevole imporre questa misura, finché l’epidemia di Covid sarà in corso“.

L’obbligo al vaccino cozza però con l’articolo 32 della Costituzione: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana“. Il giurista ha spiegato che questa norma mette al primo posto la salute pubblica e dopo la scelta individuale, perciò se ciò che fa un individuo può mettere a repentaglio l’integrità altrui, allora lo stato interviene vietandogli tale comportamento.