I segreti per avere successo nella vita e superare le difficoltà

Tutti desideriamo una vita felice riuscendo a raggiungere gli obbiettivi che ci prefiggiamo superando i vari intoppi che ci troviamo a dover affrontare. La psicologa ci svela i segreti per essere dei vincenti

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    I segreti per avere successo nella vita e superare le difficoltà

    Esiste una ricetta per avere successo e andare oltre le difficoltà che la vita ci pone?

    Lo chiediamo alla dr.ssa Giovanna Tatti, specialista in psicologia.

    Avere successo nella vita: qual è il segreto?

    Mi chiedete quali siano i segreti per avere successo nella vita, ed io mi chiedo innanzitutto cosa voglia dire avere successo nella vita.

    La parola successo ha un’etimologia molto interessante. Deriva dal latino successus, participio passato di “succedere” e vuol dire venire dopo.

    Come Aggettivo: che viene dopo, quindi il risultato a un’azione. Come sostantivo: seguito, corso, progresso.

    Succedere a sua volta contiene SUB sotto, ma anche dopo, e Cedere, che è affine al verbo latino CADERE, Ce-cidi, cadere, venir meno, andare via. Che è poi nel sanscrito la radice KAD., Ca-ca-da, cadde.

    Quindi, ancora, anche venire dopo. Questa premessa etimologica perché credo ci aiuti a fare un po’ di chiarezza su cosa sia questo successo.

    Io lo considererei come la conseguenza di un’azione.

    Questo è implicito anche nel linguaggio comune, quando si dice che per “avere successo” bisogna un po’ sudarselo. Allora, quale potrà essere il modo per arrivare al successo?

    Intanto, stabilire l’obiettivo. A cosa tendiamo?

    E, ancora, quanto la nostra meta è ragionevolmente raggiungibile?

    Cosa accade se non la raggiungo? Il contrario del successo, il fallimento.

    A un primo grado di semplificazione potremmo dire che se siamo dei professionisti, curati, bravi competenti e felici di ciò che facciamo siamo persone di successo. Se siamo casalinghi che amano occuparsi della casa e della famiglia, e lo facciamo, allora siamo persone di successo. Se facciamo cose che ci permettono di realizzarci, siamo persone di successo.

    Ma qui, forse, arriva un primo punto interrogativo: cosa è esattamente la “realizzazione personale”?

    Ci sono probabilmente molte sfumature, perché quello che finora sembrava essere qualcosa che atteneva solo alla persona, si scontra col fatto che la realizzazione ha a che fare con un mondo interno, che incontra, influenza ed è influenzato da un mondo esterno.

    Se io desiderassi essere una professionista, che so un medico, o un ingegnere, e non volessi avere figli, essere madre, nel 1950, quanto il mio personale successo sarebbe in linea con quello classicamente inteso dalla società contemporanea? E quanto è semplice sostenere dentro di sé l’idea di realizzazione personale, quando questa è considerata un fallimento dalla società esterna?

    Come trovare la misura?

    Noi possiamo aderire ai dogmi che ci arrivano dall’esterno, fino a plasmarci a essi senza considerare più i nostri propri desiderata. Possiamo avere la macchina sportiva e un buon conto in banca, fare vacanze cinque volte l’anno in mete straordinarie; ma la cronaca ci ha abituato a considerare che questo non necessariamente porta serenità e felicità.

    Allora quale può essere il segreto?

    Io, azzarderei due ipotesi. La prima, puntare dove si può. E faticare per arrivarci, accettando le cadute e cogliendo da esse gli stimoli per migliorare. La seconda, forse più importante, riscoprire la ricchezza della condivisione. Avere qualcuno con cui condividere la soddisfazione per quel che si fa vale forse più che il raggiungimento dell’obiettivo stesso.

    Facciamo un altro passettino, relativo al puntare dove si può. Noi siamo strutturati con un Io ideale cui tendiamo, ma che per definizione (è ideale!) non possiamo raggiungere. Raggiungerlo significherebbe regredire alla pienezza narcisistica primaria, del bambino piccolo; ripristinare l’onnipotenza narcisistica (che inizia a essere minata dalle primissime esperienze di frustrazione).

    E poi, c’è l’ideale dell’io. Potremmo definirlo come la tendenza della personalità umana a divenire “perfetta” coincidendo con gli ideali esterni interiorizzati nelle nostre prime relazioni (genitori, scuola, società, giustizia, Stato, azienda, eroe etc). Questo ideale dell’io consiste nell’esigenza che una persona sente di lavorare su di sé (o sugli altri) per diventare perfetto. Questa tendenza al perfezionarci è intrisa di modelli che arrivano dal mondo esterno, per lo più famigliare, sedimentatisi nel corso della nostra infanzia. In sintesi, la tendenza a perfezionarci, a crescere, protesa verso modelli esterni.

    Perché parlo di questo?

    Perché, frequentemente, chi come me si occupa della sofferenza delle persone, incontra uomini e donne, realizzati a metà. O che così si percepiscono. “Dottoressa, vengo da lei perché sto male. Sono perennemente insoddisfatto e non ho ragione. Ho un lavoro, una moglie, ho comprato casa, due figli… eppure, non sto bene”. “Studio, per l’esame, prendo 30 magari con la lode, e sono strafelice, ma dopo meno di un giorno, già dal pomeriggio sento un vuoto.. e devo pensare al prossimo 30 da prendere”.

    Manca sempre qualcosa, non si ha e soprattutto non si è mai abbastanza. E allora si inizia a cercare qualunque cosa che possa tappare il buco, coprire la noia, mascherare il vuoto.

    Personalmente, credo che quasi sempre quando non si riesce ad avere quel che si desidera e, forse, non si riesce a raggiungere obiettivi validi, il problema non stia in ciò che manca, in quel che si sente che non si ha, ma in ciò che si è o si sente di non essere.

    “Mio marito mi ha tradita… con me non riusciva a stare sereno… ora sembra sereno, quindi è a me che manca qualcosa, sono io sbagliata, ma cosa ho che non va?”.

    Cosa si può fare?

    In primo luogo, direi, un bagno di realtà e umiltà. Cercando di evitare di tendere troppo in alto. O almeno… Un passo alla volta.

    In secondo luogo, interrogarsi molto e a fondo sui propri desideri. I nostri desideri non devono necessariamente coincidere con quello che ci si aspetta da noi. Pensiamo a una giovane mamma, che sa che l’allattamento al seno “è cosa buona e giusta”. Chi lo dice? E per chi? Certo se tutto fila liscio il bambino e la madre saranno molto arricchiti da questo scambio intimo e speciale. Ma se la madre non lo desidera? O non riesce? Allora si sentirà – anche senza che nessuno lo dica – una mamma inadeguata. L’ideale interiorizzato sottolineerà la colpevole mancanza. E non potrà essere una buona madre, non perché non allatta, ma perché è colpevole.

    E questo ci porta dritti al terzo punto: se la rigidità o la pretesa verso se stessi è talmente alta da collezionare insoddisfazioni e fallimenti, allora vale la pena di fare un lavoro profondo, per andare a “riparare”, diciamo così, e a meglio strutturare quelle istanze profonde che nello sviluppo hanno avuto qualche inciampo.

    La profondità del lavoro varia, naturalmente, a seconda delle situazioni, ma è sempre possibile, se ci si impegna e lo si desidera, provare a comprendere quali sono i punti in cui si rimane imbrigliati, e scegliere se si vuol cambiare.

    A RISPONDERE ALLE DOMANDE:

    Dr.ssa Giovanna Tatti

    Specialista in psicologia