Articolo aggiornato il 6 Febbraio 2022

Negli ultimi anni c’è sempre più attenzione su una patologia che colpisce milioni di persone in tutto il mondo, in particolar modo nella fascia d’età sopra i 65 anni. Si tratta della demenza, una malattia neurodegenerativa che nelle sue ultime fasi diventa invalidante, rendendo le persone anziane non più autosufficienti. E mai come adesso abbiamo bisogno di preoccuparci di questa emergenza. A svelarne il motivo è un nuovo studio, che porta alla luce dati allarmanti.

Demenza, il nuovo studio allarmante

Sono i ricercatori dell’Institute for Health Metrics and Evaluation ad aver condotto un’indagine approfondita sulla demenza e sulla sua possibile evoluzione nei prossimi anni. I risultati del loro sforzo sono racchiusi in uno studio pubblicato su The Lancet, e non possono che generare preoccupazione. Si stima infatti che entro il 2050 potrebbero triplicare i casi di malattie associate alla demenza. La ricerca ha preso in considerazione l’attuale situazione in 195 Paesi del mondo. Quindi ha valutato il modo in cui lo scenario potrebbe cambiare nei prossimi 30 anni.

Per farlo, gli scienziati hanno analizzato la presenza di quattro importanti fattori di rischio legati alla demenza: il fumo, l’obesità, la glicemia alta e il basso grado di istruzione. È emerso che, a fronte dei 57 milioni di casi diagnosticati nel 2019, potrebbero essere addirittura 153 milioni le persone che soffriranno di demenza entro il 2050. Dati allarmanti, che ci fanno riflettere sull’importanza di iniziare a pensare già da ora ad una corretta prevenzione e ad un impegno più importante nella lotta contro la malattia.

Secondo le previsioni contenute nello studio, sarà l’Africa subsahariana orientale a risentire maggiormente di questa emergenza. L’aumento dei casi dovrebbe aggirarsi attorno al 357%. I Paesi che invece dovrebbero manifestare un incremento più contenuto (“solo” del 53%) sono quelli dell’Asia del Pacifico. E in Europa? L’Occidente dovrebbe segnare una crescita del 74%, ma in Italia l’aumento potrebbe essere più contenuto, aggirandosi attorno al 56%.

“Speriamo che i dati che abbiamo ottenuto siano utili per lo sviluppo di trattamenti efficaci. Le informazioni potrebbero guidare scelte e decisioni più consapevoli in materia di prevenzione e contrasto della demenza” – ha affermato Emma Nichols, alla guida del team che ha condotto la ricerca.