Cattivo odore intimo: i rimedi e le cause

Un problema imbarazzante che può essere provocato da disturbi più o meno gravi. Scopriamo come diagnosticare la causa per trovare una soluzione efficace a questo disturbo e ritrovare la serenità

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    Cattivo odore intimo: i rimedi e le cause

    Il cattivo odore intimo non vi lascia tranquille? Importante è capirne le cause, per combattere la condizione. Abbiamo rivolto alcune domande al dr. Gianfranco Blaas, specialista in ginecologia, per capire insieme cosa fare in questi casi.

    Cattivo odore intimo: quali sono le cause?

    Iniziamo con il citare un evento apparentemente banale: le donne si rivolgono al proprio ginecologo, lamentando un cattivo odore intimo, ma il ginecologo, oggettivamente, non rileva questo problema.

    E’ un evento più frequente di quel che si possa credere. E’ espressione di un malessere psicologico, per cui, in definitiva, il non accettare il proprio odore, è solo la punta di un iceberg, che dimostra che la donna non accetta se stessa.

    Cosa fare? Naturalmente, bisogna dimostrare che il sintomo riferito non esiste, ma occorre farlo tenendo presente la situazione di quella paziente. Probabilmente, sarà sufficiente dirle che una buona salute intima dipende dall’acidità della vagina e, quindi, dimostrale che il suo pH è nei limiti: vi sono in commercio guanti per esplorazione che rilevano automaticamente il pH vaginale.

    Ulteriore passo diagnostico sarà il prescrivere un esame microscopico del “fluor” vaginale ed eventuale un esame colturale.

    Altro evento apparentemente paradossale, ma non rarissimo, è che la donna usi normalmente assorbenti interni e che un assorbente sia stato dimenticato in vagina o, ancora, che l’assorbente sia di cattiva qualità. In questi casi, il cattivo odore sarà molto evidente.

    Spesso, poi, e a ragione, sono citate come cause scatenanti di queste perdite maleodoranti, le scarse condizioni igieniche, i rapporti occasionali non protetti, l’uso di indumenti sintetici (che non fanno “respirare” le mucose) e colorati.

    Oltre a ciò, possono essere implicati l’uso di deodoranti intimi (per lo più inutili) e l’eccesso di lavande vaginali.

    Ma veniamo al perché della comparsa di perdite vaginali maleodoranti…

    In condizioni normali, il secreto vaginale e il suo odore non sgradevole sono determinati da un ambiente leggermente acido. Tale acidità è garantita, durante il periodo fertile della donna, da una buona quantità di estrogeni a livello della mucosa vaginale e dalla presenza in misura preponderante, rispetto agli altri microbi, di un microbo: il bacillo di Doderlein o bacillo acidofilo.

    Gli estrogeni determinano un accumulo di glicogeno (che è una forma di riserva dello zucchero contenuto nel corpo umano a scopo prevalentemente energetico). Il glicogeno è scisso dai Doderlein in acqua ossigenata e acido lattico.

    Queste due sostanze tengono sotto controllo i microbi, peraltro comunemente presenti in vagina, che non amano l’ossigeno: i cosiddetti Anaerobi o Anaerobi facoltativi. A questa classe appartiene la maggior parte dei microorganismi che possono diventare patogeni, determinando le infezioni vaginali e producendo così le “amine biogene”.

    Le amine sono, genericamente, un prodotto di degradazione delle proteine, costituenti principali, assieme all’acqua, del nostro organismo. Contengono azoto. In pratica sono derivate dalla ammoniaca. Alcune di loro sono utili, ma altre hanno un grado vario di tossicità e un odore cattivo, che deriva dai loro componenti.

    Quindi, quando il bacillo di Doderlein verrà “sopraffatto” dalla presenza dei patogeni, si avranno facilmente perdite (causate dall’alterazione cellulare delle pareti vaginali) odorose.

    Il caso più comune è legato alla “vaginosi batterica”, in cui si ha comunque uno squilibrio a favore dei microbi aggressivi. Tra questi, quello caratterizzato dall’odore più sgradevole è la “Gardnerella vaginalis”.

    Questo microbo, la cui diffusione è favorita dalla promiscuità di rapporti non protetti, può essere identificato con un esame semplice: il Fish odor Test, utilizzando poche gocce di secreto, facendolo reagire con Idrossido di Potassio al 10%; si manifesterà uno sgradevole odore di pesce marcio e ciò indirizzerà la diagnosi, in attesa di eventuale conferma con esame microscopico. In commercio sono in vendita Kit già predisposti per questo esame.

    Altro microbo, che però a volte non dà eccessivo cattivo odore, è la Clamydia Trachomatis. E’ però molto pericolosa, perché tende a risalire facilmente anche in vescica, ma soprattutto, perché può causare nella giovane una “Malattia Infiammatoria Pelvica (PID) che può essere poi causa di sterilità.

    I Mycoplasmi sono un’altra famiglia di microbi abbastanza frequentemente presenti in caso di leucorrea odorosa. Possono essere responsabili di abortività ripetuta.

    Discorso a parte meritano poi le varie specie di funghi .I funghi possono causare la Candida Albicans. A volte le perdite maleodoranti sono legate a disturbi metabolici, soprattutto a diabete, che facilita le infezioni.

    Purtroppo, le perdite maleodoranti possono essere anche legate a un tumore delle pareti vaginali o della bocca dell’utero, soprattutto in fase avanzata, in quanto il tessuto tumorale si necrotizza facilmente e si infetta.

    Questo ultimo capoverso invita soprattutto a non trascurarsi, a non accontentarsi di autodiagnosi e di terapie-fai-da-te.

    Cosa fare in questi casi?

    In primis, la prevenzione, cui accennavo quando parlavo dei tessuti degli indumenti intimi e del tipo di pulizia dei genitali. E’ importante anche l’alimentazione, soprattutto in quelle forme di Candidosi recidivante: è bene non fare troppo uso di alimenti fermentanti e zucchero.

    Sempre fondamentale è coinvolgere il partner nella diagnosi e nella terapia.

    Da quanto anzidetto, è opportuno, in caso di perdite maleodoranti, sottoporsi alla visita di personale medico o paramedico esperto nel campo.

    Nei casi in cui vi sia dubbio diagnostico o persistenza della sintomatologia nonostante le cure intraprese, è bene ricorrere a un esame colturale del secreto vaginale ed, eventualmente, a urinocoltura, perché, ad esempio, a volte la Clamydia non si reperta nel secreto vaginale, ma in quello uretrale.

    Una variazione di valori dell’esame emocromocitometrico, con un aumento dei globuli bianchi, o valutazione della PCR (Proteina C Reattiva) o la diagnosi immunologica, vanno riservate a casi in cui si sospetti una infezione che coinvolga la pelvi.

    I farmaci, che implicano anche quelli di origine vegetale, vanno assunti dopo che la diagnosi sia stata accurata e, nel possibile, sicura.

    Per quanto riguarda i microorganismi che abbiamo preso in considerazione, per la Gardnerella e il Trichomonas, la prima scelta va sul Metronidazolo. Per la Clamydia si usano in prima battuta la Azitromicina e la Doxiciclina. Se non fossero sufficienti a debellare, si usa la Eritromicina, che è anche il farmaco di prima scelta per il Mycoplasma.

    Per quanto riguarda la Escherichia Coli, peraltro responsabile dell’80% delle cistiti e di molte vaginiti, dicevo che il problema maggiore è la tendenza a recidivare. Perché?

    Innanzitutto la Escherichia è un microbo che migra sia per vicinanza (retto-vagina), sia per via linfatica che per via ematica, e tende a creare nuove famiglie resistenti ai farmaci.

    Ma un fattore importante agli effetti delle recidive (che peraltro non interessano esclusivamente la Escherichia, ma anche altri microbi) è la presenza di “biofilm patogeni” extra o intracellulari: si tratta di un insieme di diversi batteri e di funghi che sopravvivono “in loco”, perché sono protetti da una barriera di zuccheri e proteine che essi stessi creano.

    Questa barriera impedisce che l’antibiotico e anche il nostro sistema immunitario riescano a colpire in modo definitivo i microbi implicati. In vagina, questi biofilm sono prevalentemente extracellulari, a differenza della vescica (in cui si sviluppano entro le cellule), e ciò permette di avere un’arma in più per sconfiggerli: innanzitutto bisogna reintegrare il patrimonio dei lattobacilli amici, in secondo luogo bisogna “minare” la solidità delle pareti dei biofilm, sostituendo gli zuccheri loro con zuccheri, tipo il destromannosio (ormai usato in molti prodotti per prevenire le recidive ), che aderisce meglio alle pareti cellulari vaginali rispetto ai biofilm.

    Rotta la barriera protettiva delle famiglie di microbi, sarà più facile per il nostro sistema immunitario sconfiggerli. Naturalmente anche un uso oculato di antibiotici sarà un’arma a nostro favore.

    Teniamo presente che quello della antibiotico–resistenza è uno dei maggiori problemi medico-infettivologici del nostro secolo: gli antibiotici vanno usati nei casi e nei modi in cui sono necessari.

    Teniamo presente che un uso sconsiderato di antibiotici, a livello anche vaginale, determinerà un calo oltre che di altri microbi, anche dei lattobacilli e l’ambiente sarà così favorevole allo sviluppo delle micosi.

    Se poi non sarà coinvolto il partner o non si avranno rapporti protetti con condom (soprattutto in occasione di rapporti occasionali), non vi sarà garanzia di guarigione.

    A RISPONDERE ALLE DOMANDE:

    Dr. Gianfranco Blaas

    Specialista in ginecologia