Baby blues e depressione post-partum: come distinguerli

Molte neomamme dopo il parto vivono un periodo più o meno breve di tristezza o addirittura possono vivere una vera e propria forma di depressione che può andare da una forma lieve fino ad una più grave. Il dott. Renato Vignati ci aiuta a capire di più su quello che succede a livello psicologico ad una donna dopo il parto.

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    Baby blues e depressione post-partum: come distinguerli

    Cosa accade alle donne dopo la nascita di un figlio? Quali sono i sintomi della depressione post-partum? Abbiamo chiesto al dott. Renato Vignati, Psicologo e Psicoterapeuta, di guidarci in questo mondo di sentimenti ed emozioni contrastanti.

    Cosa significa Baby blues?

    Nel 1965, Bob Dylan cantava “It’s All Over Now, Baby Blue”, un brano che esprime pienamente il senso di perdita o la tristezza per il commiato da una persona cara.

    L’espressione “baby blues” (o maternity blues), proviene dallo psicoanalista inglese Donald Winnicott che, nel suo attento lavoro di pediatra e studioso, ha osservato a lungo la densa relazionalità madre-bambino e l’interdipendenza, costruita attraverso un vasto repertorio di scambi affettivi e linguistici che sostengono il processo di socializzazione.

    Per un certo numero di madri (almeno il 50% dei casi di parto), appena dopo il parto e nelle prime settimane nella fase di normalizzazione del corpo e del compito dell’allattamento, talvolta, accanto a sentimenti di felicità e senso di piena realizzazione, possono trovare spazio forme transitorie di tristezza, o di lieve malinconia, che raramente diventano completamente consapevoli, non rivelando ragioni e motivi espliciti per manifestarsi.

    Così si affermano, pur variando da soggetto a soggetto e combinandosi fattori somatici (dovuti a riduzioni ormonali di estrogeno e progesterone) e psicologici, ansie e agitazioni, sentimenti di inadeguatezza verso il neonato e verso la qualità della prestazione di cure, la sensazione di aver perduto qualcosa di vitale di sé (riscontrabile nelle nuove misure del corpo), facile irritabilità e affaticamento, pianto improvviso, scarsa concentrazione, difficoltà nel sonno, mancanza di appetito e quindi deperimento.

    Quelli appena elencati, sono tutti sintomi di modesta entità e dal carattere transitorio, che pur segnalando un umore moderatamente depresso, si risolvono spontaneamente entro uno spazio temporale di tre settimane (questo è quello che accade generalmente).

    Per questo motivo, normalmente, non richiedono direttamente l’intervento psichiatrico, salvo un supporto psicologico, comunque di breve durata (ovviamente se il baby blues non coincide con altre problematiche più severe).

    Quali sono i sintomi della depressione post partum?

    Chiaramente, nel delineare i sintomi e le manifestazioni della depressione post-partum occorre avere una differente attenzione per la sua complessità rispetto all’episodio del baby blues, e ricordare la necessità di non improvvisarsi clinici ma, in tali evenienze, di ricorrere direttamente allo specialista, che può fare chiarezza e dirimere ogni dubbio, prospettando una diagnosi rigorosa, ma anche una possibile risoluzione del problema.

    Dunque, nel periodo successivo al parto può verificarsi, almeno nel 50% fino all’80% circa delle neomamme, ogni sorta di disturbo clinico di carattere affettivo, dalla disforia alla tristezza, alla depressione post partum, fino alla psicosi puerperale.

    I disturbi affettivi, in ogni caso, esercitano una profonda influenza sui processi di socializzazione del bambino, in una fase delicata di costruzione della relazione madre-bambino e anche della transizione alla genitorialità, che richiede la riorganizzazione nella vita quotidiana di ruoli e di compiti all’interno della coppia (Ammaniti, 2001).

    In particolare, la depressione post partum ricorre nel 10-15% delle madri, presentando, generalmente nelle quattro settimane dopo l’evento del parto, diversi sintomi da ricondurre a un precedente episodio depressivo maggiore, che viene considerato da numerose ricerche un evidente fattore di rischio nello sviluppo di una depressione successiva al parto.

    Tali aspetti clinici frequenti comprendono insonnia, irritabilità, ansia, ipoattività, scarsa concentrazione e anche disinteresse e trascuratezza verso il bambino. Possono comparire, in alcuni casi, sintomi fobici e ossessivi che assumono un carattere fortemente tormentoso, alimentando la paura di fare del male al bambino e perfino di poterlo uccidere.

    Nella psicosi puerperale, che si verifica più raramente (0,1%), ai sintomi dell’episodio depressivo maggiore si associano deliri (come il timore di avvelenare il neonato con il proprio latte), e altri sintomi (allucinazioni, senso di colpa, disperazione), che riguardano le gravi inadeguatezze del ruolo materno (Rossi Monti, 2016)

    In situazioni meno gravi, la figura materna nutre il timore di non riuscire a prendersi cura del bambino, considerandosi nel momento dell’accudimento una “madre cattiva e indegna”.

    Il bambino – come rimarca Silvano Arieti nel suo testo fondamentale sulla depressione grave e lieve, del 1978 – può suscitare molta pena, o completa indifferenza, e visto come un intruso nella vita della madre e della routine familiare. In altri casi ancora, la protagonista diventa l’ansia che sopravviene sulla depressione, nel caso in cui la madre non riesce a essere una figura adeguata a rispondere ai bisogni del bambino (o si considera nella percezione di sé non in grado e in difficoltà estrema).

    Questo è quanto avviene nella storia del piccolo Dibs “alla ricerca del Sé” (Vignati, “Lo sguardo sulla persona”, 2017) la cui madre, fin dalla nascita, osserva e vigila immersa nei dubbi e nelle ansie ogni espressione del comportamento del figlio, interpretandola (erroneamente) come un segnale psicopatologico di autismo.

    Per tali distorsioni e maltrattamenti, che rientrano in una patologia delle cure (ossia, l’ipercura, spinta oltre l’iperprotettività), la madre lo sottoporrà a ogni tortura psicologica, invece di dare accettazione e considerazione affettiva per quello che è, ovvero solo un bambino di 5 anni. C’è da considerare che anche la figura paterna è assente, o emotivamente distante perché adotta uno stile educativo severo e autoritario.

    Cosa fare in questi casi?

    Il primo consiglio sottolinea il valore di una diagnosi precoce del malessere che comprende le cure prenatali, l’assistenza medica durante il travaglio e il puerperio, oltre alla necessaria presenza, attenta e affettuosa, del partner che deve offrire sostegno e partecipazione emotiva, insieme all’aiuto fattivo nella gestione delle cure per il bambino, estese all’organizzazione dell’ambiente in cui si vive.

    Occorre partire pertanto dalla rilevazione dei repentini cambiamenti nei comportamenti e nell’umore della donna, pur impegnata in quella condizione che Donald Winnicott ha definito “preoccupazione materna primaria” (1956), e che consiste in uno stato psicologico caratterizzato dalla profonda partecipazione della madre alle fantasie e alle esperienze del figlio che si verifica negli ultimi tre mesi di gravidanza e nei primi tre mesi di vita del bambino.

    Questa particolare preoccupazione, biologicamente radicata e dal carattere adattivo, si verifica con maggiore frequenza e in modo accentuato nelle madri depresse, attraverso manifestazioni emozionali e stati d’animo negativi, quando sono impegnate nelle interazioni diadiche con i loro bambini.

    Le ricerche, a proposito dello stile di attaccamento dei bambini di madri depresse, hanno rilevato una prevalenza di stili di attaccamento insicuro, precostituendo così nello sviluppo del bambino forme di disagio e indecisione (Ainsworth, 1978).

    Inoltre, è da considerare che ogni situazione in sé è particolare e che occorre tener conto di una molteplicità di aspetti, anche contestuali, che riguardano la condizione depressiva e lo stile relazionale e la qualità della comunicazione della coppia dei genitori, non solo della figura materna, e infine della specificità della fase del ciclo vitale della famiglia e dei compiti di sviluppo ad essa legati.

    Anche il piccolo deve essere compreso dai genitori nel suo “stile unico”, nella particolarità dei suoi bisogni, vulnerabilità e potenzialità.

    A RISPONDERE ALLE DOMANDE:

    Dott. Renato Vignati

    Psicologo e Psicoterapeuta