Autismo, l’impegno per una maggior consapevolezza: intervista ai fratelli Tercon

Nella Giornata mondiale per la consapevolezza sull'autismo, abbiamo intervistato Damiano Tercon e sua sorella Margherita.

Damiano e Margherita Tercon

L’autismo è un disturbo del neurosviluppo che coinvolge soprattutto la comunicazione e le interazioni sociali. Si parla, in realtà, di disturbi dello spettro autistico perché includono una vasta gamma di sintomi che influenzano in maniera più o meno grave la vita quotidiana.

Nella Giornata mondiale per la consapevolezza sull’autismo abbiamo intervistato Damiano Tercon, affetto dalla sindrome di Asperger, e sua sorella Margherita: la loro è una testimonianza importante. Insieme, sono arrivati sul palco di Italia’s Got Talent grazie all’incredibile passione di Damiano per la musica lirica.

Qual è il tuo rapporto con l’autismo e in che modo è cambiato con il passare degli anni?

L’autismo è parte di me, io sono autistico. Quindi forse la vera domanda potrebbe essere riguardo al percorso di accettazione del mio essere autistico. Inizialmente, quando finalmente la dottoressa mi disse che ero autistico, la mia risposta fu di spavento e preoccupazione. Pensai che non avrei mai combinato niente nella vita, che non avrei avuto nessuna possibilità e sarei dovuto stare chiuso in casa fino alla mia morte. Poi ho capito che sì, sicuramente avrei avuto molte più difficoltà in alcune cose rispetto alle persone neurotipiche, ma anche che ero bravo in tante altre. Essere autistici non significa per forza dover essere infelici. Avevo tanti sogni da realizzare e ho chiesto aiuto a mia sorella Margherita. Insieme abbiamo creato un progetto tutto nostro e capito che l’autismo è l’opportunità di guardare il mondo da un punto di vista diverso, altrettanto ricco!

La diagnosi di autismo è arrivata solamente a 23 anni: in che modo scoprire la sindrome ha cambiato la tua vita?

La mia vita, nel corso degli anni, è cambiata in meglio. Ho capito che non ero sbagliato io, che se non riuscivo a essere al passo con i miei coetanei, non significava per forza che fossi stupido! Ho capito che andava bene avere stereotipie, comportarmi in modo diverso. Perché questa è la mia normalità, così è come funziona la mia mente. Non significa essere peggiori degli altri o sbagliati, significa solo essere differenti.

Hai un’importante presenza sui social network: questi possono diventare un mezzo per superare i limiti che l’autismo ti ha messo davanti?

Certo! Prima di tutto grazie ai social posso davvero raccontare chi sono e parlare con le altre persone abbattendo un po’ tutte le barriere che nei contesti sociali separano me dagli altri. Nella realtà molti, prima di ascoltare quello che ho da dire, giudicano il modo in cui parlo o in cui mi muovo. Giudicano la mia posa o le mie stereotipie e decidono a priori che quello che ho da dire sia stupido o irrilevante. Su internet sono riuscito, grazie a mia sorella Margherita, a prendermi il mio spazio e a far arrivare i miei messaggi, quello che sento, che penso e che provo. Quindi sono molto felice di questa grande opportunità.

L’autismo è considerato una diversità, ma è anche una possibilità?

Certo che è una possibilità. È la possibilità di guardare il mondo da un punto di vista diverso. Insegna a capire che non esiste un’unica realtà, insegna l’importanza di apprezzare le piccole cose, ogni conquista. Insegna a rispettare di più il prossimo e a guardare oltre all’apparenza, perché in ognuno di noi c’è un universo da esplorare, da rispettare e che può insegnarci tanto.

Qualcosa sta cambiando, negli ultimi anni, rispetto al modo in cui viene visto l’autismo? E cos’altro possiamo ancora fare per abbattere i pregiudizi?

Fortunatamente sì, le cose stanno cambiando. Si parla sempre di più di autismo e lo si fa restituendo dignità alle persone, invece che continuare ad etichettarle come inutili (o con insulti che non sto qui a scrivere). C’è più rispetto e conoscenza. Basti pensare che io sono nato nel 1981 e ho ricevuto la diagnosi a 23 anni, mentre oggi si riescono a diagnosticare bambini già dai 2 anni. Questo cambia tutto, perché dà modo alle famiglie di aiutare i bambini a vivere in un contesto sociale plasmato su una realtà neurotipica. Cosa potremmo fare? Rispettare il prossimo e informarci. Troppo spesso ci arrivano ancora messaggi di famiglie con figli autistici, ma a cui i medici dicono “non ha niente, fa solo i capricci!”. L’autismo non è un capriccio e se si sospetta realmente di essere autistici (o avere dei figli tali) bisogna trovare gli specialisti giusti per diventare più felici e smettere di sentirsi fuori luogo. Quindi sì: più informazione e cultura salveranno il mondo. P.S. Abbiamo anche scritto un libro in cui ci raccontiamo e mettiamo a nudo. Consigliamo davvero di leggerlo per conoscere di più… e sostenerci! Si intitola “Mia sorella mi rompe le balle – una storia di autismo normale” (Mondadori).