Alzheimer: avere un cane aiuta a ridurre l’isolamento sociale dei malati

L'Università di Parma ha osservato trenta malati in relazione ad alcuni animali: i benefici di questa interazione sono stati molteplici

Alzheimer: avere un cane riduce l'isolamento sociale
Foto Pexels | Gustavo Fring

Secondo uno studio dell’Università di Parma, pubblicato sulla rivista scientifica Animals, per i malati di Alzheimer interagire con un cane può essere di grande sollievo e anzi, migliorarne la condizione e lo stato psicologico.

Fausto Quintavalla, docente del Dipartimento di Scienze Medico-Veterinarie, ha coordinato il team di esperti in varie discipline, ovvero, Giuseppina Basini, Alberto Sabbioni (Dipartimento di Scienze Medico-Veterinarie) e Paolo Caffarra (Dipartimento di Medicina e Chirurgia), la psicologa Diana Spinelli e i medici veterinari esperti in medicina comportamentale e approccio cognitivo zooantropologico Simona Cao e Fiammetta M. Rossi. Gli studiosi hanno monitorato una trentina di persone affette da morbo di Alzheimer e sono stati coinvolti tre cani coterapeuti.

È stato osservato che i pazienti che hanno avevano contatti con gli animali, avevano riscontrato effetti positivi da diversi punti di vista, in particolare miglior benessere personale e miglioramento del piano cognitivo e mnemonico. Chi invece non aveva avuto questa possibilità, era rimasto stabile. Questi progressi però sono andati scemando dopo due mesi dall’interruzione dello studio, dimostrando come sia necessario un contatto costante con il cane per mantenere e avanzare nei miglioramenti.

L’interazione col cane è molto positiva per i malati di Alzheimer

I benefici registrati dallo studio sulla relazione cane-uomo sono dovuti dal fatto che il rapporto con l’animale mantiene attiva la comunicazione, che risulta più diretta è immediata, oltre a stimolare empatia e benessere, migliorando lo stato di salute del malato di Alzheimer.

Questo morbo è una vera e propria piaga che colpisce sempre più persone: nel mondo ogni anno si contano 7.7 milioni di nuovi casi e in Italia, solo nel 2020, ne sono stati registrati 500.000. La notizia del primo farmaco approvato in USA che contrasterebbe il peggioramento della malattia è già una buona notizia, ma trovare cure, anche non basate su medicinali ma sulla stimolazione delle diverse aree del cervello è ormai fondamentale.