Alzheimer, al via innovativo studio italiano grazie a fondi americani

Uno gruppo di ricerca italiano guiderà uno studio su una possibile e innovativa terapia per l'Alzheimer: il progetto sarà finanziato da una ong americana

uomo anziano
Foto Pexels | Andrea Piacquadio

Al via in Italia un nuovo studio di ricerca, che intende studiare la neuro-infiammazione che caratterizza il morbo di Alzheimer. L’obiettivo è sviluppare un protocollo terapeutico sperimentale basato sulla modulazione di un particolare recettore per l’ATP e sul controllo dei livelli extracellulare di ATP nell’interstizio cerebrale. Il progetto sarà finanziato dalla ong americana “Cure Alzheimer’s Fund” per un importo complessivo di 345 mila dollari. Si tratta di un progetto proposto dai laboratori di Paola Pizzo, del Dipartimento di Scienze biomediche dell’Università di Padova e di Francesco Di Virgilio, dell’Università di Ferrara.

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Alzheimer, in cerca di una nuova terapia

La malattia di Alzheimer rappresenta la forma più comune di demenza nel mondo. Nonostante sia stata protagonista di diversi studi sperimentali e clinici per molti decenni, non si è ancora trovata un’efficace terapia di cura. Non solo, molti studiosi sono convinti che le attuali strategia di ricerca non avranno alcun futuro, tanto che alcune delle maggiori aziende farmaceutiche hanno deciso di abbandonare la ricerca sulla malattia. Per questo motivo, diverse associazione internazionali hanno deciso di sostenere gli studi in questo campo in cerca di nuovi approcci terapeutici. Ed è in questo contesto che si inserisce il progetto del team italiano, che guiderà un gruppo di ricerca internazionale, con particolare attenzione al segnale infiammatorio innescato dall’ATP extracellulare e dal recettore P2X7.

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Gli obiettivi dello studio italiano

La nostra ricerca ha lo scopo di individuare dei meccanismi precoci di attivazione dell’infiammazione cerebrale che potenzia e amplifica la neurodegenerazione caratterizzante la malattia”, ha spiegato Paola Pizzo. “Un ruolo importante in questo è svolto dalle cellule non neuronali della microglia che rispondono ad un segnale, l’ATP extracellulare, principalmente attraverso il recettore P2X7“, ha precisato l’esperta.

Infatti, è stato dimostrato che “nell’interstizio cerebrale infiammato sono presenti alte concentrazioni di questa molecola segnale responsabili dell’innesco di una cascata amplificativa di eventi culminanti nella morte neuronale“. Quindi, andando a modulare o a bloccare l’attività del recettore P2X7, “auspichiamo di ridurre di molto tali fenomeni, preservando la funzionalità neuronale“, ha concluso Pizzo.