Un nuovo farmaco per il tumore al fegato

Un nuovo farmaco per il tumore al fegato

Una nuova arma contro il tumore al fegato in fase avanzata

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    L'Istituto Tumori di Milano, insieme alla Clinica Humanitas fa parte del gruppo di studio che ha sperimentato, in Italia, il Sorafenib

    Si chiama Sorafenib il farmaco in grado di contrastare il carcinoma epatocellulare avanzato, conosciuto anche come tumore primario del fegato, che fin’adesso conduceva il paziente di fronte all’unica alternativa che aveva, il trapianto di fegato.

    Oggi, grazie a questo farmaco, le speranze di tutti quei pazienti affetti da questa neoplasia si sono riaccese, anche in considerazione del dato secondo il quale, il farmaco aumenterebbe la sopravvivenza di questi malati in ragione del 44%, secondo quanto dichiarato al Congresso di Oncologia Clinica tenutosi a Chicago a cui sono intervenuti ben 30.000 medici epatologi, internisti, biologi, provenienti da tutto il mondo.

    Attorno a questa molecola ruotano i destini di oltre 600.000 pazienti che si ammalano in tutto il pianeta di questa grave patologia, 8.500 nella sola Italia e che di fronte a quest’arma in più della medicina, sono autorizzati ad attendersi un futuro migliore; anche perché, i dati fin’ora in possesso dalla Comunità scientifica, sarebbero davvero confortanti e, soprattutto sperimentati, se persino l’AIFA, L’Associazione Italiana del Farmaco, ne ha autorizzato l’utilizzo in ambiente sanitario.

    Il tutto, inoltre, sarebbe anche avvalorato da un importante lavoro scientifico condotto su 600 pazienti di tutto il mondo, tutti affetti da epatocarcinoma in fase avanzata, dove anche l’Italia ha avuto il merito di aver contribuito ai lavori scientifici grazie all’Istituto Tumori di Milano e alla Clinica Humanitas che ha arruolato 200 pazienti dividendoli in due gruppi uguali e somministrando al primo gruppo il farmaco e al secondo gruppo un placebo; ebbene, il risultato è stato quello di assistere ad un arresto del tumore in quei pazienti che avevano assunto il Sorafenib, con un numero cospicuo di malati sopravvissuti ad un anno dal primo trattamento.

    Tanto positivi sono stati i risultati del test, che il passo successivo sarà quello di sperimentare la molecola su pazienti affetti da carcinoma epatocellulare in fase iniziale.

    Interessante apprendere il meccanismo di azione del farmaco sul tumore, infatti, la molecola indurrebbe la cellula neoplastica ad una morte prematura in una sorta di suicidio programmato, che in gergo si chiama Apoptosi. In questo modo, si assisterebbe ad un minor numero di cellule neoplastiche e conseguentemente una minore proliferazione di queste cellule cancerose che potrebbero determinare persino l’arresto, anche se su quest’ultimo punto c’è molta cautela nell’ambiente scientifico, del tumore stesso.

    Una cosa è certa, stavolta la strada imboccata dalla scienza per sconfiggere questo carcinoma, sembrerebbe quella giusta.

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