Tumori: brachiterapia, efficace contro il cancro alla prostata

Tumori: brachiterapia, efficace contro il cancro alla prostata

La brachiterapia, contrariamente a quanto si è sempre pensato, potrebbe essere un’opzione terapeutica efficace in caso di cancro alla prostata ad alto rischio

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    brachiterapia, efficace contro il cancro della prostata

    La brachiterapia potrebbe essere un’efficace opzione terapeutica per i pazienti affetti da tumore alla prostata. Ecco quanto è emerso nel corso di una sperimentazione, condotta dai ricercatori del Kimmel Cancer Center di Jefferson. Una terapia, che, combinata o non con la radioterapia esterna, secondo i risultati dello studio potrebbe garantire risultati davvero soddisfacenti.

    Il team di oncologi, per giungere a questa conclusione, ha condotto un’analisi su una popolazione di quasi 13 mila pazienti. E’ stato evidenziato che gli uomini, affetti da tumore alla prostata e sottoposti alla brachiterapia o a un trattamento combinato di brachiterapia e radioterapia esterna (EBRT) hanno ridotto significativamente i tassi di mortalità. I risultati, pubblicati sulle pagine dell’International Journal of Radiation Oncology, Biology, Physics, lasciano ben sperare.

    Per effettuare la brachiterapia, si posizionano, direttamente sull’area colpita dal tumore, le sorgenti di radiazioni. Solitamente, è un trattamento più utilizzato nei casi di tumori della prostata a basso e a medio rischio.

    Al contrario, nei casi di cancro prostatico più gravi, considerati ad alto rischio, è una scelta terapeutica meno praticata, oggetto di controversie scientifiche e cliniche.

    “Lo studio contraddice le politiche tradizionali di utilizzo delle tecniche brachiterapiche, suggerendo invece che ci può essere un miglioramento della sopravvivenza al cancro alla prostata per pazienti ad alto rischio. Anche se studi come questo non possono certo ritenersi come una prova della superiorità della brachiterapia, il nostro rapporto suggerisce comunque che essa non è meno efficace dell’EBRT e che dovrebbe essere considerata, perlomeno per alcuni uomini ad alto rischio di cancro alla prostata, come un intervento preferenziale” ha osservato uno degli autori dello studio.

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