Tumore al fegato: nuove possibilità diagnostiche e terapeutiche

Tumore al fegato: nuove possibilità diagnostiche e terapeutiche

In luogo della biopsia epatica, che è pur sempre una tecnica invasiva, la diagnosi di tumore al fegato potrebbe presto essere sostituita da un semplice esame ematico

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    In luogo della biopsia epatica, che è pur sempre una tecnica invasiva, la diagnosi di tumore al fegato potrebbe presto essere sostituita da un semplice esame ematico

    Si aprono nuovi spiragli diagnostici e, conseguentemente di cura, per i malati di cancro al fegato e cirrosi epatica, lo riferisce il CNR di Roma, in uno studio pubblicato sul World Journal of Gastroenterology.

    Il lavoro scientifico nasce dall’osservazione che, l’NGF, il fattore di crescita scoperto dalla scienziata, Rita Levi Montalcini, è presente 25 volte di più nei pazienti affetti da queste due gravi malattie, fatto questo che consentirebbe, laddove si individuassero alti livelli di questo fattore, di utilizzarlo quale marcatore che è possibili isolare facilmente direttamente dal sangue, tramite un normalissimo prelievo, anzicchè ricorrere a metodi invasivi, quali la biopsia epatica.

    A darcene notizia, Annalucia Serafino, a capo del gruppo scientifico dell’Istituto di neurobiologia e medicina molecolare del CNR di Roma (Inmm-Cnr) .Secondo il mondo scientifico, l’epatocarcinoma, ovvero il tumore del fegato, è purtroppo una malattia che tende ad aumentare nella popolazione, ciò, in parte, dovuto al sovrapporsi di patologie croniche, come le epatiti virali, B e C, soprattutto quest’ultima forma è quella che di più impensierisce i medici, per la possibilità che ha, la grave infiammazione epatica, di trasformarsi, nel tempo, in carcinoma epatico, dopo essere passata per una forma di cirrosi, a causa della trasformazione del tessuto sano in fibroso.

    Attualmente,la possibilità di diagnosticare l’eventuale presenza di un tumore al fegato è basata sulla biopsia epatica che, per il fatto di essere una tecnica invasiva, non è del tutto esente da rischi. Infatti, ancora oggi, la biopsia epatica consente di stabilire l’esatta natura del tessuto esaminato, al fine di formulare una diagnosi certa. Tale metodica, come detto, non è esente da rischi, rappresentati da eventuali emorragie o versamento della bile nel cavo peritoneale, o nel cavo pleurico, eventualmente, anche aggravate da infezioni. Tuttavia, il rischio di complicanze severe, con possibilità di decessi è dell’ordine dello 0,01%, più basso di un tempo, grazie al ricorso alle tecniche di ecografia e all’utilizzo di aghi più sicuri durante la procedura e, generalmente, la perizia dell’operatore è sufficiente a scongiurare ogni eventuale incidente nel corso dell’esame. Ciò non toglie che ci troviamo di fronte ad una tecnica, che impensierisce, non poco, coloro che la devono subire.

    La possibilità, dunque, della presenza di marcatori, come l’NGF, inteso come il fattore nervoso di crescita, secondo la ricerca condotta dal gruppo di studio romano, potrebbe avere un ruolo importante anche nello sviluppo del cancro al fegato, atteso che, è stato riscontrato, tale fattore, in altri tumori, quali quelli della prostata, del polmone, della mammella, così come nelle infiammazioni croniche e nelle patologie fibrotiche. “L’indagine parte dall’osservazione che campioni bioptici di pazienti con cirrosi ed epatocarcinoma mostrano alti livelli di espressione di NGF e del suo recettore trkANGF nel tessuto patologico, mentre queste due molecole non sono presenti nel fegato sano. Inoltre, campioni ematici di tali pazienti confermano livelli di NGF insolitamente alti, circa 25 volte superiori a quelli di individui sani”, riferisce la ricercatrice dell’Inmm-Cnr. Questi dati, ottenuti da un numero limitato di campioni (20 pazienti), se confermati da una casistica più vasta e completa individuerebbero definitivamente in NGF un marcatore diagnostico e prognostico del tumore del fegato, facilmente dosabile con un semplice test del sangue. Inoltre, tale molecola potrebbe in futuro dimostrarsi un buon bersaglio per eventuali terapie antitumorali mirate”. Questa la speranza, secondo la ricercatrice italiana.

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