Spazi condivisi: le reazioni impreviste dei neuroni

Spazi condivisi: le reazioni impreviste dei neuroni

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    La condivisione degli spazi aperti nei luoghi di lavoro potrebbe portare alla diminuzione della quantita' e della qualita' di lavoro che ciascun dipendente porta a termine.

    Lo dice il proverbio e una ricerca lo confermerebbe: lavorare in uno spazio collettivo riduce la soglia di attenzione e porta a lavorare piu’ lentamente e piu’ distrattamente, specialmente se gli spazi condivisi sono completamente comunicanti.

    Se nel campo visivo dell’impiegato, oltre che i clienti, ci sono altri colleghi, che lavorano a qualcosa di completamente diverso dalla mansione di chi osserva e ascolta, il soggetto che e’ distratto dal compagno sara’ molto meno produttivo.

    La ricerca che dimostra questa tendenza della psiche a “fare altro” rispetto al lavoro e’ stata condotta dalla “University of Calgary” e pubblicata sul prestigioso “Journal of Human Movement Science”; i colpevoli sarebbero sempre i neuroni: in particolare i neuroni specchio.

    Questo tipo di neuroni, lavora attraverso degli impulsi nervosi, seguendo il principio dell’imitazione, per cui una persona che osserva un’altra persona tende a interpretare e, se piacevolmente colpita, imitare le azioni dell’osservato.

    Questo semplice principio e’ uno dei caposaldi su cui si basa la capacita’ di interazione con il prossimo e la capacita’ di fare amicizia o di rapportarsi all’altro, tutte cose molto utili per lo sviluppo delle capacita’ relazionali e di socializzazione dell’individuo, indispensabili, ma che male si accompagnano al fatto di dover anche lavorare, in contemporanea.

    A causa di questi neuroni, insomma, sarebbe necessario un controllo esterno per mantenere divisi i cervelli dei dipendenti che lavorano in spazi condivisi: in questo modo la risposta agli stimoli non avra’ il sopravvento sul controllo della concentrazione.

    Avere nel personale campo visivo gente che parla al telefono o fa attivita’ non congruenti con la propria, dunque, comporterebbe lo sviluppo di capacita’ di concentrazione elevate, per far si’ di non abbassare lo standard qualitativo del proprio lavoro, specialmente se si sta scrivendo o parlando di altro.

    Non va pero’ dimenticato che molto dipende dalle abitudini e dalla personalita’ del personale, perche’ al contrario altre ricerche mediche, di uguale valore descrittivo, riportano i danni causati da isolamento e solitudine nel lavoro.

    In questo caso, invece, i lavoratori sarebbero soggetti a perdere il ritmo durante il lavoro, essendo poco stimolati dall’ambiente che li circonda, non vivendo la concorrenza, e non avendo stimoli visivi o uditivi che li portino a essere attivi e presenti.

    Di fatto dunque si puo’ concludere che, salvo casi estremi, dipende ancora dalla capacita’ dei singoli quanto riescono a produrre o quanto riescono a concentrarsi sulla propria mansione nelle diverse circostanze, anche se e’ vero che l’ambiente di lavoro giusto aiuta eccome.

    Fonte: Welsh T et al. Seeing vs. believing: Is believing sufficient to activate the processes of response co-representation? Hum Mov Sci 2007; 26(6):853-66.