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Sonno, benefico alleato contro l’Alzheimer

Sonno, benefico alleato contro l’Alzheimer

Sonno e Alzheimer, connessi da un filo sottile: il ciclo del sonno svolgerebbe un ruolo più importante del previsto nella comparsa e nello sviluppo della malattia neurologica

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    sonno e alzheimer

    Alzheimer e sonno, una relazione davvero pericolosa, un legame causale davvero così evidente? Sembra proprio di sì, almeno stando ai risultati ottenuti da un team di scienziati, un gruppo di ricercatori della Washington University School of Medicine di St. Louis, che hanno evidenziato come la malattia neurologica degenerativa sia legata a doppio filo al ciclo del sonno.

    Infatti, gli esperti a stelle e strisce hanno rilevato che un marker della patologia neurologica potrebbe subire variazioni, salendo e scendendo nel fluido spinale, secondo un preciso modello quotidiano, sovrapponibile a quello del ciclo del sonno, del ritmo del riposo.

    La sperimentazione, condotta in collaborazione con il Centro del sonno dell’Università di Medicina di Washington e pubblicata su Archives of Neurology, ha portato gli esperti a ipotizzare che la relativa inattività del cervello durante il sonno può rappresentare l’occasione per eliminare efficacemente uno dei principali marcatori della malattia, il beta amiloide.

    “Nelle persone sane, i livelli di beta amiloide toccano il loro punto più basso circa sei ore dopo il sonno, e ritornano al loro punto più alto sei ore dopo la veglia al massimo. Abbiamo esaminato molti differenti comportamenti, e le transizioni tra il sonno e la veglia sono stati fenomeni fortemente correlati con l’ascesa e la caduta di beta amiloide nel fluido spinale.

    Sappiamo da tempo che la privazione del sonno ha significativi effetti negativi sulle funzioni cognitive, paragonabili a quelle da intossicazione da alcol. Ma è da poco diventato evidente che una prolungata alterazione del sonno possa effettivamente svolgere un ruolo importante nei processi patologici che sono alla base delle malattie. Questa connessione al morbo di Alzheimer non è confermata ancora negli esseri umani, ma potrebbe essere molto importante” hanno spiegato i ricercatori, autori dello studio.

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