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Sindrome del Tunnel Carpale: meglio l’intervento chirurgico

Sindrome del Tunnel Carpale: meglio l’intervento chirurgico

Sindrome del Tunnel Carpale: meglio l'intervento chirurgico

da in Interventi Chirurgici, Malattie, Sindrome tunnel carpale
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    Test per diagnosi Sindrome del Tunnel Carpale

    Ne soffre più la donna che l’uomo e, nell’età compresa fra i 35 e i 50 anni, i soggetti diabetici ci vanno maggiormente incontro, stiamo parlando della Sindrome del Tunnel Carpale che si caratterizza per un dolore diffuso che si irradia dalla mano fino al polso, soprattutto di notte e al mattino, con maggiore risentimento alle dita e continui e fastidiosi formicolii, perdita della sensibilità e, in certi casi, dolore fino all’avambraccio.

    Il motivo di questa patologia la compressione ricevuta dal nervo mediano che si trova in prossimità del polso e la diagnosi, oltre che della visita medica si avvale spesso della elettromiografia, un particolare esame che da la possibilità di comprendere lo stato dei nervi e la funzionalità degli stessi a carico dei muscoli, stabilendo anche la loro integrità.

    L’approccio alla malattia è quasi esclusivamente chirurgico ma, a volte, soprattutto a seguito delle resistenze del paziente, si ricorre all’iniezione locale di cortisonici associata anche allontanamento di tutti quei fattori che, soprattutto nell’uomo hanno contribuito all’insorgenza, pensiamo a quei movimenti ripetuti a seguito di quelle attività che richiedono alla mano ed al polso movimenti sbagliati. Nella donna, una soluzione esclusa dal trattamento chirurgico o qualsiasi altra soluzione medica, è più difficile perché a causare la patologia sono quasi sempre quelle variazioni di natura ormonale seguiti a gravidanza o agli effetti indiretti della menopausa.

    A sottolineare l’importanza dell’intervento chirurgico, per’altro eseguito in anestesia locale, in luogo del trattamento mediante iniezioni di cortisonici in loco, un recente studio presentato al Congresso dell’American College of Rheumatology che avrebbe stabilito che se è vero che l’iniezione locale è in grado di indurre un apparente miglioramento della sintomatologia, nel lungo periodo il cortisone iniettato con questa via può determinare un danno alla guaina nervosa, peggiorando la sintomatologia nel tempo. Molto meglio, dunque, l’intervento risolutore con microincisione seguito, eventualmente, da un moderato periodo di fisiokinesiterapia per la riabilitazione totale della mano ed eventualmente dell’avanbraccio.

    Fonte: Prof. Massimo del Bene, primario reparto Chirurgia della Mano, ospedale San Gerardo Monza

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