Seno: nuova tecnica di ricostruzione dopo tumore

Seno: nuova tecnica di ricostruzione dopo tumore

Ricostruire il seno dopo una mastectomia, l'asportazione chirurgica della mammella dovuta a un tumore, anche dopo più interventi e il ricorso a radioterapie e chemioterapia? Oggi è possibile con una nuova tecnica, che sfrutta un tessuto proveniente dal maiale

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    Ricostruzione seno dopo tumore

    Oggi dal tumore al seno si guarisce sempre di più ma a volte, inevitabilmente, per sconfiggere la malattia occorre ricorrere alla mastectomia, cioè alla rimozione chirurgica della mammella. Un atto che inevitabilmente si ripercuote a livello psicologico sulle pazienti, che vedono compromessa la propria immagine corporea proprio nel simbolo della femminilità.

    Fortunatamente le mastectomie conseguenti a un tumore al seno sono diventate sempre più conservative (il chirurgo cerca, infatti, di intervenire senza asportare la cute e il capezzolo) e le tecniche di ricostruzione del décolleté sono sempre più numerose, per rispondere alle esigenze di differenti categorie di pazienti.

    Esistono, infatti, donne più volte operate al seno e sottoposte a chemioterapia e radioterapia, per le quali il ricorso alla protesi della mammella, l’intervento comunemente usato per la ricostruzione, è impossibile, perché il muscolo pettorale, irradiato dalle terapie e ridotto dagli interventi, risulta fibrotico, cioè cicatrizzato e poco elastico per accogliere al di sotto di sé l’impianto protesico.

    Per queste donne esiste già un’alternativa: la ricostruzione usando lembi di altri muscoli del proprio corpo (il muscolo dorsale o l’addominale), posizionati sopra il muscolo pettorale. Ma si tratta di interventi lunghi, che lasciano cicatrici sull’addome o sul dorso e che non tutte le pazienti apprezzano.

    C’è però una novità: è stato effettuato ad aprile, in Italia, il primo intervento di ricostruzione del seno dopo una mastectomia, sfruttando porzioni di tessuto di maiale, opportunamente trattato per evitare rischi di rigetto.

    In sostanza si inserisce la protesi sempre sotto il muscolo pettorale ma, per ovviare alla mancata elasticità di quest’ultimo e quindi all’impossibilità di “chiudere” la tasca che ospita l’impianto protesico, si usa una “toppa” fatta con il tessuto animale e che col tempo viene “colonizzata” dalle cellule dell’organismo della donna.

    Questa tecnica, molto diffusa all’estero, permette quindi di utilizzare la protesi anche quando era finora impossibile, “senza aumentare le complicanze rispetto alle donne non irradiate” sottolinea il professor Domenico Samorani, medico chirurgo a incarico qualificato in chirurgia Oncoplastica della Mammella, Ospedale di Rimini, che ha eseguito il primo intervento di questo tipo all’ospedale di Santarcangelo di Rimini.

    Immagine tratta da: Senologia.eu

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