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Scarpe coi tacchi? si, meno che a Modena!

Scarpe coi tacchi? si, meno che a Modena!

Costringere le dipendenti pubbliche modenesi a non indossare più i tacchi al lavoro ha il sapore del discrimine e della bieca imposizione e, per giunta, senza neanche grandi fondamenti scientifici

    Tacchi

    Ma chi l’ha detto che i tacchi alti finiscono per rappresentare fonte di guai e sventure nelle donne, costrette da quel terrorismo psicologico che oggi non risparmia nessuno, neppure chi, potendoselo permettere, vorrebbe sfoggiare una parte anatomica da sempre fonte di seduzione e, perché no, motivo d’orgoglio per quel tanto in più di altezza che potrebbe aiutare ad essere più affascinante e, magari, sotto, sotto, più sicuri di se stessi. Eppure, c’è chi la vede in maniera diametralmente opposta, ovvero, le Autorità competenti della provincia di Modena che, al grido tutti in salute e guai ad infortunarsi, avrebbero diramato una circolare che ha il sapore, nauseabondo, della limitazione dell’altrui libertà e, così, dipendenti pubblici modenesi in gonnella, siete avvisati, se cadrete dai trampoli è solo colpa vostra e ne pagherete le conseguenze!

    Persino la moderna ortopedia, che dei tacchi alti non ha mai avuto particolarmente stima ai fini del benessere degli arti e della colonna, finisce col criticare il deprecabile intervento dell’Autorità modenese, definendolo eccessivo, oltre che ridicolo, verrebbe da aggiungere, tant’è che persino un’autorità in campo, come il professore Francesco Bove, presidente della Fondazione Aila, da sempre impegnato alla lotta dell’artrosi e dell’osteoporosi, finisce con l’ironizzare avverso all’ “editto bulgaro”, come verrebbe di chiamarlo, emanato nella città emiliana.

    A parte il privare la donna del piacere di poter calzare ciò che gli pare, considerare “minacciosa” la presenza di un tacco appuntito o, addirittura, a spillo, al posto dei forse più comodi sabot o delle forse meno attraenti ballerine, è frustrante e chissà, persino lesivo del proprio libero arbitrio. Ma poiché non si dovrà farne un problema sociologico, semmai medico, fa notare l’ortopedico come le donne, soprattutto quelle che hanno fatto delle scarpe coi tacchi il loro look, sappiano bene come destreggiarsi a sette, otto, dieci centimetri d’altezza dal suolo e non corrono il rischio di cadere o chissà quale altra sventura incorrere, né più né meno di coloro che precipitano al suolo anche se camminano scalzi. Addirittura, la precipitazione al suolo, non dell’anticiclone delle Azzorre, ma di una donna sui tacchi, ha più l’aria di una leggenda metropolitana più rara di quanto sia nella realtà, tant’è che finisce catturata dagli obiettivi dei paparazzi quando si verifica al vip in gonnella del momento, proprio perché è tutt’altro che frequente, altrimenti non interesserebbe nessuno.

    In equilibrio, meglio sui tacchi

    Ma c’è di più, sfidando le ferree leggi gravitazionali, tanto gradite a Newton, sembrerebbe che “indossare i tacchi mantiene il corpo in un’attività muscolare isometrica costante, necessaria per restare in equilibrio”, parola di ortopedico. E insomma, se lo dice l’ortopedico un significato ce l’avrà, tant’è che lo stesso precisa, “Certo, stare tutto il giorno in piedi su scarpe alte non fa bene: altera la struttura della colonna, accentuando la lordosi e aumentando il rischio di fastidiosi mal di schiena”, precisa l’ortopedico. Camminare per l’intera giornata sui tacchi, aggiunge Bove, moltiplica il pericolo di cadute, distorsioni del collo del piede, con “la possibilità di lesioni ai legamenti e addirittura di frattura del malleolo e della base del quinto metatarso”. Tutte lesioni che si traducono in giorni di malattia e assenze dal lavoro. “Ma in realtà non è che ci sia una folla di donne che cadono dai tacchi”, prosegue l’ortopedico.

    “Anzi, in genere chi li porta sa camminarci bene. Tanto che dopo un intervento di protesi d’anca – racconta Bove – la prima domanda che mi rivolgono le mie pazienti è: ‘Quando posso rimettere i tacchi’?”.

    Insomma, parrebbe di capire, che la possibilità di precipitare dai tacchi è molto vicina, in termini di probabilità, a quella di cadere dal letto; dovremmo allora controllare, verificare e indagare sul giaciglio di casa in possesso dei dipendenti modenesi multando quelli che sono soliti dormire su un letto che abbia altezza superiore a quella stabilita da apposita Circolare ministeriale, onde evitare che non vengano a lavorare per l’infortunio cagionatosi durante il sonno?

    Per tornare alla polemica che tanto infiamma le menti romagnole, almeno di una parte della Romagna, quella fatta oggetto della direttiva pubblica modenese, pare, sempre secondo l’ortopedico, che persino passare la giornata sulle ballerine, intese come calzature o comunque su un tipo di scarpa che rasenta il suolo non sia per nulla salutare perché, “E’ sbagliato stare tutto il giorno rasoterra: schiena e postura ne risentiranno”, avverte lo specialista. Insomma, per la salute di schiena e piedi l’ideale è una mezza misura. “Certo, se si pensa alla produttività, il tacco in ufficio può essere mal visto, perché rischia di distrarre i colleghi”, prosegue l’esperto. In generale però, secondo Bove, le preoccupazioni per la salute delle dipendenti non dovrebbero portare alla messa al bando dei tacchi alti.

    Insomma, i tacchi alti se non sono imputabili di chissà quale disgrazia alla salute perché mai dovranno essere un elemento di discordia e motivo di discriminazione fra chi vuole, anzi vorrebbe a questo punto, vivere la propria vita a “Tre metri sopra il cielo” e chi invece preferisce restare a quote più basse; vogliamo reintrodurre le divise da lavoro, scarpe comprese, così come è accaduto col grembiule dei bambini, vogliamo aumentare la produttiva a forza di diktat o preferiamo che ognuno possa avere la pretesa, ogni tanto, di ragionare ed operare delle scelte con la propria testa, invece di mettere la propria dignità sotto i… tacchi? E se proprio vogliamo abolire una calzatura negli uffici pubblici, mettiamo al bando la pantofola, quella che tende ad impigrire chi la indossa, indipendentemente se al piede di un dipendente uomo o donna

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