Ricerca scientifica: chiude la Glaxo di Verona

Ricerca scientifica: chiude la Glaxo di Verona

L’altro grave problema rappresentato da tale decisione è dato dal fattoi di mandare a casa qualcosa come 550 ricercatori con un’età superiore ai 40 anni e, dunque più difficilmente collocabili altrove e 200 lavoratori della struttura con mansioni diverse

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    Glaxo

    Un altro schiaffo alla ricerca medico-scientifica in Italia, rappresentata dalla presa di coscienza che il Centro di Ricerche di GlaxoSmithline, con sede a Verona, è pronto a chiudere gli stabilimenti. Un problema non da poco e non solo per il grave nocumento che apporta alla nostra ricerca.

    L’altro grave problema rappresentato da tale decisione è dato dal fattoi di mandare a casa qualcosa come 550 ricercatori con un’età superiore ai 40 anni e, dunque più difficilmente collocabili altrove e 200 lavoratori della struttura con mansioni diverse.

    Il motivo della chiusura del Centro sarebbe dovuto alla necessità da parte della Glaxo di ridurre i costi aziendali, fatto questo che sarà vissuto dai dipendenti come una politica di lacrime e sangue e l’Italia non è l’unica Nazione che ospita il colosso farmaceutico a pagarne le conseguenze, visto che il taglio del numero degli addetti in tutto il mondo si assesterà sulle quattromila unità.

    Dal canto suo l’azienda sostiene che l’esercizio 2009 non è andato come previsto dagli azionisti e così si è operato nella direzione prevista coi licenziamenti. Secondo il biologo Francesco Crespi biologo e componente della Rsu di Glaxo Smithkline, il Centro di Verona, rappresenta una realtà unica per la ricerca italiana. “La sua chiusura rischia di incidere negativamente non solo su Verona o la nostra Regione, ma sulla ricerca italiana“. A rischiare di andare a casa “sono ricercatori giovani ed eccellenti, oltre a circa 200 altri lavoratori impegnati nella produzione.

    Puntuale la risposta dei vertici della multinazionale che tengono a precisare che tali decisioni non hanno nulla a che vedere con la loro volontà di punire l’Italia, visto che in altre cinque parti del mondo si è andati nella stessa direzione di marcia, basti pensare al Centro inglese, del quale si prevede a breve la chiusura, nonostante la rilevanza rivestita, basti solo pensare che è ancora più grande di quello italiano.

    L’Italia paga lo scotto “di far parte del network di studi sulle neuroscienze”, in poche parole di occuparsi di una ricerca impegnata in prima linea, negli stabilimenti Gsk, in un “settore dove ci sono più rischi” che gli studi non portino alla commercializzazione di nuove molecole. “Ma non c’è alcun accanimento sul nostro Paese”, assicurano dalla multinazionale, ma la decisione sarebbe quella definitiva.

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