Psichiatria: il raptus non esiste, l’omicidio nato da contesti ignorati

L'omicidio all'interno di tragedie familiari che tendono sempre di più ad allargarsi coinvolgendo altre persone estranee al contesto stesso e sulle cui cause è troppo semplicistico invocare i raptus che per'altro non esistono!

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    I recenti fatti di cronaca nera avvenuti nell’ultimo periodo e che ha visto uomini uccidere la propria moglie e poi regolare “conti in sospeso” con vicini di casa e nemici per lo più esistenti soltanto nella propria mente ci palesano una situazione drammatica ma che per gli studiosi del fenomeno non si discosta molto da quella che era realtà anche nei decenni passati.

    La vera differenza sta nei numeri di vittime all’interno dello stesso delitto e nella platealità dei gesti che si consumano.Insomma, oggi si uccide come si uccideva mezzo secolo fa, ma allora chi lo faceva concentrava il proprio istinto omicida, la propria rabbia, sul bersaglio designato e basta, oggi si allarga il campo d’azione e si coinvolgono persone collaterali al contesto in cui è avvenuta la strage. Lo ammette anche il criminologo Francesco Bruno quando dice che oggi «non c’è una recrudescenza di episodi. Sul piano numerico sono più o meno gli stessi, cambiano invece i contesti in cui avvengono».

    Il problema è che oggi l’informazione relativa ad accadimenti criminosi è spesso lacunosa, frammentaria e si tende a confondere le motivazioni ed i contesti ove si sono manifestati gli eventi luttuosi. Oggi si tende spesso a giustificare i raptus con la depressione cui era afflitto l’autore della strage. Non è così, per la moderna psichiatria l’omicidio non si giustifica con la depressione e gli stessi raptus intesi come la molla finale in grado di scatenare il finimondo non esiste in ambito psichiatrico. Meglio analizzare il vissuto dell’omicida per scoprire un passato di malattia psichiatrica non curata a cui si aggiunge sovente e questa è forse la vera novità della cronaca nera di questo tipo rispetto al passato, l’uso di sostanze stupefacenti da parte di chi pone in atto crimini efferati.

    È infatti sempre più frequente – dice l’esperto – avere casi «complicati. Non c’è più chi ammazza la moglie e basta. E come nel caso del mantovano, non ammazza solo la moglie ma anche due persone; non è più quindi un uxoricidio semplice ma una strage. È questa la differenza con qualche tempo fa». «Gli omicidi in famiglia – spiega Bruno – si stanno sempre più complicando. A volte poi ad esempio compare la cocaina, un’altra complicazione, un’aggravante. Sembra che una parte della società impazzisca. Non più solo il singolo che impazzisce ma il suo contesto. Questi casi qualche anno fa non esistevano».

    Dobbiamo dunque immaginare il parziale fallimento dell’attuazione di quelle Leggi che prevedono la cura della malattia mentale finita per essere quasi avulsa dal contesto patologico in cui dovrebbe essere inserita e finita per essere quasi ignorata, Il problema,secondo il criminologo Bruno è che «la malattia mentale non è più malattia. La società si è dimenticata che esistono le malattie mentali e quindi non le tratta nè le cura». Chi uccide il marito o la moglie o i figli «è una persona malata, va curata. Il raptus infatti non esiste. Esiste invece una decisione presa lucidamente dopo anni di sofferenza. Persone che esprimono la loro malattia in più modi e che non vengono adeguatamente curate». Per il criminologo, la prevenzione ha a che vedere quindi in primo luogo con le cure, «ma nel nostro paese – osserva – non esiste questa consapevolezza». Bruno ribadisce la necessità di rivedere la legge Basaglia nella parte che interessa le cure. «I centri di igiene mentale – dice – non servono a nulla. Sono le persone che devono essere curate non il territorio. Anche se un malato va in ospedale non viene trattato adeguatamente, ed esce più malato di prima. Sono tanti i casi di persone che stavano male, che sono passati per le maglie della sanità, che non sono stati curati e che poi hanno commesso stragi».