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Prozac: quattro mesi di terapia con questo farmaco e ritorna la vista, forse!

Prozac: quattro mesi di terapia con questo farmaco e ritorna la vista, forse!

Un antidepressivo come il Prozac capace di far riacquistare la vista?

da in Farmaci, Ricerca Medica
Ultimo aggiornamento:

    Interessante ed inattesa la scoperta cui sono giunti ricercatori dell’Istituto di Neuroscienze del CNR insieme a loro colleghi della Scuola Normale di Pisa che hanno pubblicato le conclusioni di uno studio sulla rivista scientifica Science. Oggetto del lavoro, la Fluoxetina, il principio attivo del Prozac, noto antidepressivo usato negli ultimi anni sempre di più per la cura delle depressioni in soggetti giovani ed in particolar modo in quelli anziani.

    Secondo la scoperta degli scienziati italiani cui si sono aggiunti ricercatori spagnoli e filandosi che hanno partecipato allo studio, il Prozac, uno dei nomi commerciali della molecola, avrebbe la facoltà di rinvigorire il cervello dell’individuo adulto, fatto questo che consentirebbe di riacquistare la vista quando si sia perduta a causa della ambliopia, come dimostrano gli esperimenti fin’adesso compiuti su ratti che presto, però, potrebbero essere esportati anche nell’uomo.

    “Il prozac, ovvero fluoxetina cloridrato, comunemente detto fluoxetina, è largamente impiegato nel trattamento della depressione, dei disturbi ossessivo-compulsivi e degli attacchi di panico”, spiega Lamberto Maffei, direttore dell’Istituto di neuroscienze (In) del Cnr di Pisa e professore di Neurobiologia alla Scuola Normale. “Appartiene alla classe degli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) e agisce incrementando nel cervello i livelli di serotonina, che è uno dei principali neurotrasmettitori del sistema nervoso. Come questa azione a livello dei circuiti nervosi si traduca poi nella documentata efficacia terapeutica del prozac è un problema molto dibattuto”.

    Una delle teorie più accreditate circa la nuova funzione che il Prozac eserciterebbe sul cervello è quella secondo la quale il farmaco stimoli la plasticità del nobile organo, col risultato che i neuroni e le connessioni che si stabiliscono attorno a queste cellule, siano, dopo l’assunzione del prodotto, più facilmente in grado di rispondere agli stimoli esterni. Fino adesso, sperimentalmente, le prove di questa sorta di ringiovanimento cerebrale si è evidenziato in quei ratti affetti da ambliopia, una malattia diffusa anche nell’uomo e che consiste in una sorta di mancata collaborazione dell’occhio destro col sinistro e viceversa a causa del fatto che uno dei due occhi sviluppa un atteggiamento cosiddetto “pigro”, ovvero non segue adeguatamente ciò che fa l’altro ciò determina tutta una serie di disturbi che da adulti diventa difficile curare, atteso che l’affezione colpisce per lo più soggetti molto giovani ed è accompagnato e,a volte preceduto, da patologie quali cataratta congenita, strabismo ed opacizzazioni della cornea.

    Ma oggi le cose potrebbero cambiare repentinamente, essendosi visto che nei ratti la condizione patologica migliorava sensibilmente anche in animali adulti giungendo persino ad una remissione totale della sintomatologia, se questi ratti venivano trattati per un mese di seguito con la Fluoxetina.

    “La sorprendente capacità della fluoxetina di stimolare la plasticità della corteccia visiva è dovuta all’azione su due principali fattori molecolari”, spiega ancora Maffei. “Da una parte, determina nei ratti la riduzione dei livelli del neurotrasmettitore inibitorio GABA, un fattore molecolare necessario al corretto funzionamento dei centri nervosi, ma ritenuto responsabile anche della perdita di plasticità che si verifica nel cervello adulto. Dall’altra, la riduzione dell’inibizione intracorticale si accompagna all’aumento dei livelli di una neurotrofina, il BDNF, che promuoverebbe in modo diretto quei cambiamenti strutturali e funzionali dei circuiti corticali necessari per la visione”.

    “Questi risultati”, sottolineano José Fernando Maya Vetencourt e Alessandro Sale, ricercatori della Scuola Normale di Pisa, “contribuiscono a chiarire i meccanismi attraverso cui si attua l’azione degli antidepressivi, ma suggeriscono quali alterazioni cellulari e molecolari potrebbero essere alla base di una patologia ampiamente diffusa come la depressione, la cui esatta eziologia è ancora poco conosciuta. Inoltre, i risultati di questa ricerca aprono la strada verso nuove possibili applicazioni della fluoxetina in patologie diverse da quelle legate al trattamento di patologie comuni nell’invecchiamento cerebrale, come la malattia di Alzheimer, ed altre sindromi in cui un’eccessiva inibizione intracorticale si ritiene alla base del cattivo funzionamento dei circuiti nervosi”.

    Ai fini di una corretta informazione, tuttavia, gli scienziati ci tengono a sottolineare che, se è auspicabile un impiego della Fluoxetina anche nell’uomo nella cura dell’ambliopia e domani di altre eventuali patologie come quelle precedentemente richiamate, allo stato attuale delle conoscenze risulta ancora prematuro stabilire con certezza se ciò è facilmente ottenibile nell’organismo umano, per via del fatto che rispetto a quello dei ratti, il sistema nervoso dell’uomo è di gran lunga più complesso e complicato.

    Ciò non toglie, tuttavia, che nel prossimo periodo gli scienziati siano in grado di rispondere a quest’altro quesito gli si ponga; può la Fluoxetina ridare la vista agli uomani adulti affetti da ambliopia? Vedremo!

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