Polifosfati come additivi alimentari: cosa sono e perché possono fare male

Polifosfati come additivi alimentari: cosa sono e perché possono fare male
da in Alimentazione, Sicurezza alimentare
Ultimo aggiornamento: Venerdì 18/11/2016 07:07

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    I polifosfati, utilizzati come additivi alimentari, cosa sono e perché possono fare male? Nell’industria dedicata all’alimentazione queste sostanze vengono usate soprattutto come addensanti, per avere prodotti più consistenti e migliori nell’aspetto. Una delle funzioni principali dei polifosfati aggiunti negli alimenti consiste nel trattenere una quantità extra di acqua, permettendo di esaltare alcune caratteristiche dell’alimento. Gli additivi che fanno parte della categoria dei polifosfati di solito sono indicati dalle sigle E450, E451 ed E452.

    I polifosfati vengono usati soprattutto nei formaggi fusi e nelle carni conservate. In particolare nel prosciutto cotto e nella spalla riescono a mettere in evidenza la morbidezza della carne. Per questa stessa funzione sono impiegati in diversi tipi di salumi cotti, nella preparazione di carne in scatola, di salse e budini. Li possiamo ritrovare anche nei formaggini, che, grazie alla loro presenza, diventano più facilmente spalmabili. Questi additivi alimentari si trovano anche nella maionese, nei prodotti vegetali in scatola, nei filetti di pesce congelati, nei molluschi e nei crostacei surgelati.

    I maggiori rischi legati all’utilizzo dei polifosfati nell’industria alimentare si riferiscono soprattutto al fatto che queste sostanze possono interferire nel processo di assorbimento di alcuni minerali da parte dell’organismo. In particolare il rischio si vedrebbe soprattutto nell’assorbimento del calcio. Per questo motivo i polifosfati possono interferire nel processo di calcificazione delle ossa e quindi determinare dei problemi soprattutto nei bambini e nelle persone anziane.

    Gli additivi alimentari indicati con le sigle E450 ed E451 sono composti da sali di sodio, di potassio, di calcio e fosfati. Vengono utilizzati soprattutto come emulsionanti e come correttori di acidità. Oltre che nei formaggi e nelle carni in scatola, sono presenti anche nel latte in polvere e concentrato, nei preparati per budini, nella farina di patate, negli insaccati cotti e in prodotti impanati e dell’industria dolciaria. Bisogna stare attenti a consumarne poche quantità, perché, a dosi elevate, possono determinare una non efficace assimilazione dei minerali, problemi digestivi e rischio di iperattività. A dosi massicce possono alterare anche alcuni processi del metabolismo.

    I polifosfati di sodio, di potassio e di calcio, raggruppati sotto il nome comune di E452, possono essere considerati degli stabilizzanti, capaci di mantenere inalterato lo stato fisico-chimico di un cibo. La loro principale applicazione è quella nei formaggi fusi e negli insaccati, ma possono essere usati anche nei prodotti essiccati, negli snack, nelle bevande al cioccolato e nelle gomme da masticare. Assicurano l’idratazione degli alimenti, per cui i cibi tendono a non perdere acqua durante il processo di stagionatura. Grazie alla presenza di polifosfati le creme si mantengono fluide. Possono essere contenuti anche in budini, conserve a base di carne, maionese. Quando sono addizionati in salumi di bassa qualità, possono rendere meno alta la quantità proteica dei cibi. Il principale svantaggio è legato alla resa inutilizzabile del calcio, facendo perdere valore nutritivo agli alimenti. Alcuni studi hanno messo in evidenza anche che il loro consumo possa determinare un aumento del colesterolo e l’insorgenza di disturbi a carico dei reni.

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