Per non dimenticare: il 21 settembre è la giornata nazionale dell’Alzheimer

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    Il 21 Settembre è la giornata nazionale dell’Alzheimer (Alzheimer International), una data che ha la responsabilità di fare annualmente il punto rispetto al problema delle demenze e alle ricadute della malattia nella nostra società. Il morbo di Alzheimer è una sindrome degenerativa con perdita della memoria e progressivo deterioramento delle funzioni cognitive, emotive e del pathos. Chi ne è affetto subisce una degenerazione funzionale nell’area dell’ippocampo delle docce frontali (legate a ricordi ed emozioni), che si estende a tutto l’encefalo con perdita di funzioni legate al meccanismo dell’acetilcolina.

    “Si tratta di una malattia che provoca una profonda sofferenza. L’Alzheimer è una patologia che provoca dolore psicologico e angoscia anche alle persone che vivono accanto a chi ne è colpito”, spiega Giuseppe Quattrocchi, neurofisiatra e direttore del dipartimento delle attività socio sanitarie e del reinserimento di Messina. “Le problematiche che la malattia comporta sul piano fisico, psicologico e comportamentale, si ripercuotono in modo determinante nell’intero sistema socio-familiare di riferimento”.

    Secondo il Rapporto Mondiale Alzheimer 2016, ci sono nel mondo 46,8 milioni di persone affette da una forma di demenza (la malattia di Alzheimer rappresenta il 60- 70% delle demenze). Questa cifra è destinata quasi a raddoppiare ogni 20 anni, fino a raggiungere 74,7 milioni di persone nel 2030 e 131,5 milioni nel 2050.

    Sono oltre 9,9 milioni i nuovi casi di demenza ogni anno, vale a dire un nuovo caso ogni 3,2 secondi.

    Leggendo queste cifre impressionanti, si può ragionevolmente affermare che la demenza sia la più importante crisi sanitaria del ventunesimo secolo.

    Ma perché si ipotizza un tale progressivo incremento?

    Giuseppe Quattrocchi non ha esitazioni: “La causa è multifattoriale. I casi aumenteranno perché la popolazione è più longeva e contestualmente cresce l’emarginazione sociale e l’isolamento affettivo. Per contrastare la patologia si può agire sugli stili di vita: sedentarietà, obesità e stress professionale sono fattori prognostici negativi”.

    Cosa si può fare per contrastare tale allarme?

    “La diagnosi precoce è fondamentale”, chiarisce il dottor Quattrocchi. “Ci sono ricerche scientifiche recenti e sviluppi negli studi di immunogenetica che, in caso di diagnosi precoce, possono ritardare fino al 25% l’evoluzione della malattia. Presso il nostro dipartimento lavoriamo moltissimo su progetti riabilitativi di autonomia cognitiva, di riabilitazione funzionale ma anche sociale ed emotiva, proprio per aiutare i pazienti a contrastare l’isolamento psichico ed emotivo e la perdita di memoria; perché i ricordi danno forma alla nostra identità e perdere la memoria significa smarrire la nostra anima“.

    Anche l’arte riesce ad interpretare ad esprimere e a volte anche a lenire la sofferenza.

    Paola Michela Mineo è un’artista relazionale di grande sensibilità, che ha sviluppato un linguaggio interdisciplinare che spazia dalla performance art alla fotografia, dalla scultura alle installazioni, in perfetta sintonia col mutamento più rilevante dell’arte contemporanea che, a partire dalla seconda metà degli anni ‘90, ha appunto spostato la sua attenzione dall’oggetto ai processi relazionali.

    Come nel progetto artistico da lei curato e denominato “Impronte Sfiorate“, sviluppato nel 2014 all’interno dell’Istituto di custodia attenuata per madri con prole.

    In coerente prosecuzione del proprio percorso artistico e di ricerca, Paola Michela Mineo sta affrontando e approfondendo attraverso questo processo creativo l’ambito delle malattie degenerative, in particolare del morbo di Alzheimer.

    Argomento in gran parte sconosciuto e temuto, quando non semplificato o addirittura rimosso dalla coscienza e dalla cultura collettiva e che pure coinvolge in reti di relazione malati, operatori, caregiver, decisori politici, ricercatori e scienziati.

    Di questo lavoro sentiremo sicuramente parlare molto nei prossimi mesi, perché le relazioni umane sane ed autentiche sono salutari non solo per il corpo ma anche e soprattutto per la nostra mente.