Mente: perchè le bugie sono dure a morire?

Una recente ricerca mette in evidenza come le bugie sono dure a morire, in quanto i nostri meccanismi mentali spesso ci portano a rafforzare un’informazione falsa, anche in seguito alla sua smentita

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    meccanismi della mente

    I meccanismi della mente sono a volte difficili da comprendere, ma alcune specifiche ricerche riescono a metterli in evidenza. Secondo un antico proverbio le bugie hanno la gambe corte e vengono subito allo scoperto. Ma in realtà sembra non essere proprio così, perché si è scoperto che le notizie false sono veramente dure a morire.

    Lo hanno dimostrato gli scienziati Brendan Nyhan dell’università del Michigan e Jason Reifler della Georgia State University di Atlanta, che hanno condotto a questo proposito degli esperimenti appositi, che hanno rivelato come il cervello umano tende a non prestare fede alle rettifiche, dando credito a delle informazioni, anche se sa che esse sono false. Il gruppo di volontari coinvolto nello studio dovevano leggere delle dichiarazioni di alcuni politici, che tuttavia essi non sapevano essere false. Successivamente avevano modo di apprendere delle rettifiche.

    Queste ultime non sembrano avere il potere di eliminare i fraintendimenti, anzi addirittura li rafforzano. Il comportamento dell’uomo sembra quindi accanirsi a sostenere la verità sostenuta dalle bugie. I meccanismi mentali che scattano in casi come questi sono due. Il primo consiste nel cercare in ciò che leggiamo una conferma ai nostri pregiudizi. Il secondo è chiamato dagli esperti “backfire effect” e viene messo in atto al momento della smentita.

    Esso fa in modo che la smentita rafforzi le nostre convinzioni personali. La nostra mente è in grado di condizionare il nostro comportamento. La ricerca scientifica ha messo in luce spesso questi aspetti, dimostrando per esempio come è più facile essere generosi in maniera istintiva che cambiare opinione, anche quando ci rendiamo conto che ciò che ci viene raccontato non è vero.

    Immagine tratta da: bioblog.it