Mal d’amore: si può morire!

Mal d’amore: si può morire!

Ma se dunque di amor non si muore, possiamo ammettere che la perdita affettiva a causa di chi ci ha lasciato ci produce una ferita che si manifesta con un dolore paragonabile a quello fisico? Sicuramente si, come ci dimostra una ricerca scientifica pubblicata sui Proceedings of the National Academy of Sciences, condotta dalla psicologa californiana Naomi Eisenberger su 122 volontari

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    mal d’amore

    D’amor si muore….scriveva il poeta, in effetti forse sarebbe meglio dire dimal d’amor si muore, uno sconvolgimento strong>psicofisico questo, indotto al momento di una separazione affettiva vissuta con una pletora di rituali per lo più guidati da una cultura melodica-letteraria che ha sempre infarcito le pene d’amore caricandole di quella romantica sofferenza emotiva che finisce per riverberarsi anche sul fisico mimandodolori come quelli provati quando ci facciamo male per una qualsiasi ragione.

    Ma da qui a sostenere che di mal d’amore si muoia ce ne passa; non riuscì a dimostrarlo nemmeno uno studio londinese abbastanza autorevole di qualche anno fa, immaginando il distacco sentimentale alla stregua della vedovanza e della perdita fisica di una persona assai cara, ma dovendo concludere che muore, di mal d’amore, chi è già piegato da patologie mentali importanti o impegnative e dove la perdita della persona cara agisca nello slatentizzare un disagio che è più profondo in noi e che trova nella sofferenza sentimentale l’apparente primo passo per palesare una più grave sofferenza a livello emotivo, che si solito risponde a malattie quali le depressioni maggiori,che fino a quel momento venivano compresse dalla relazione.

    Ma se dunque di amor non si muore, possiamo ammettere che la perdita affettiva a causa di chi ci ha lasciato ci produce una ferita che si manifesta con un dolore paragonabile a quello fisico? Sicuramente si, come ci dimostra una ricerca scientifica pubblicata sui Proceedings of the National Academy of Sciences, condotta dalla psicologa californiana Naomi Eisenberger su 122 volontari.

    Lo studio ci ha palesato una sorta di reazioni a catena determinati dal distacco della persona amata che simula lo stesso scompiglio che accade di fronte ad una sofferenza fisica dove implicate sono aree nobili del nostro cervello che si attivano sia che il dolore sia di tipo emotivo, che meramente fisico, come avrebbero dimostrato le evidenze che scaturivano dagli esami di laboratorio.

    «Non mi meraviglia che la base biologica per il dolore fisico e psicologico sia la stessa. Non usiamo infiniti sistemi per le nostre funzioni; per situazioni simili adattiamo» e attiviamo un unico circuito. Del resto il valore profondo del dolore, reale o psicologico, è uno: ci segnala che dobbiamo evitare qualcosa che può nuocerci». Che sia acqua bollente o una relazione sbagliata, insomma, poco importa al cervello: i segnali che invia sono identici. Tanto che si attivano gli stessi recettori cerebrali, quelli per gli oppioidi, in pratica gli interruttori su cui agiscono morfina e simili, che non a caso tolgono il dolore fisico, ma anche lo stress emotivo che lo accompagna, ha sostenuto la psicologa californiana Naomi Eisenberger.

    Aggiungendo “carne al fuoco” si sarebbe anche visto che la reazione al mal d’amore è soggettiva come la reazione che si ha di fronte al dolore fisico, così come si reagisce a questo differentemente da individuo ad individuo, con una soglia diversa per soggetto interessato, la stessa cosa avviene col mal d’amore ed in questo pare esserci persino una predisposizione genetica del singolo che poi finisce col condizionargli la vita di fronte al dolore in generale. Si tratta di capire se, alla stregua del dolore fisico, debbano prevedersi farmaci che leniscano nel più breve tempo possibile ed al meglio anche il dolore psicologico causata dalla fine di una relazione sentimentale, quando si è ancora totalmente coinvolti emotivamente. Sulla carta i farmaci esisterebbero, ma si tratta di capire se sia peggiore la cura del male che si vuole sconfiggere. Anche perché e di questo sono convinti gli scienziati, il dolore dopo una relazione sentimentale interrotta deve farci crescere, maturandoci al fine di evitare successivi errori e la scorciatoia farmacologica rischia di attenuare, senza per’altro risolverla, quella fatica necessaria per non ripetere sempre gli stessi errori.


    Facile a dirsi, di fronte ad un male interiore che pare squarciarti al solo pensiero della persona amata che non è più con te, la sola possibilità che possa esistere una semplice pasticca capace di farti mandare via il magone, anche solo per un giorno, è tanta; ma non sarebbe giusto che l’approccio alla sofferenza avvenisse con rimedi pratici come quelli rappresentati da un analgesico qualsiasi. Meglio sarebbe semmai valutare col proprio medico la scelta di eventuali ansiolitici per lo più blandi che possano aiutare la persona a superare l’impasse magari al riparo da certe situazioni di eccessiva ansia, consci del fatto che solitamente un periodo compreso fra sei/sette/otto mesi è sufficiente a riportare il tutto nella normalità quasi assoluta.

    Ben altra situazione è quella vissuta del paziente depresso, dove il mal d’amore, come si diceva, finisce per slatentizzare la malattia che va curata adeguatamente e senza indugio alcuno dal medico specialista; ma per il resto, L’amore non deve essere manipolato». I modi per farlo, in teoria, ci sarebbero: oltre agli oppioidi, infatti, l’amore modifica i livelli di serotonina, di peptidi come ossitocina e vasopressina, delle neurotrofine che «nutrono» il nostro cervello. Tutti sistemi per cui abbiamo già, o sono allo studio, vari farmaci. Ma le medicine che influenzano l’amore non sono esenti da rischi. «Basta pensare — osserva Marazziti — a che cosa succede quando curiamo i depressi, con farmaci che agiscono anche sui sistemi coinvolti nella biologia dell’amore: alcuni, guariti, tornano a innamorarsi; altri non recuperano le capacità affettive». Come dire, meno ci si mettono le mani meglio è, perché è difficile prevedere dove si va a parare. «Quando amiamo, si attivano tutte le aree cerebrali “sociali”, cioè l’80% del cervello. Intervenire dall’esterno su un’emozione così complessa rischia di provocare effetti imprevedibili» conclude la psichiatra.

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