L’importanza di dire “no” e “basta” ai bambini

L’importanza di dire “no” e “basta” ai bambini

La psicologa ci aiuta ad avere successo nella relazione con i figli

da in Bambini, Pazienti.it: l'esperto risponde, Psicologia
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    L’importanza di dire no e basta ai bambini

    A volte saper dire ‘no’ e ‘basta’ ai propri figli può essere davvero difficile; la dr.ssa Federica Spina, psicologa, ci spiega perché è importante anche saper negare qualcosa ai bambini.

    Nella crescita e nello sviluppo del bambino è importante saperlo contenere, intendendo per contenimento la capacità di arginare gli scoppi emotivi e impulsivi mettendo in atto comportamenti autorevoli necessari per evitare che il piccolo si faccia del male o ne faccia agli altri.

    Per forza di cose, al fine di attuare questo contenimento, il genitore deve mettere delle regole, deve saper dire “no” alle eccessive pretese e saper dire “basta” nei momenti critici in cui il bambino scalpita, piagnucola, urla e aggredisce verbalmente e/o fisicamente.

    Bisogna mettere dei confini, dei paletti, perché questi segnano l’importanza del ruolo: io genitore do le regole, certamente spiegandole e condividendole, tu figlio dovresti eseguirle. Dico “dovresti” perché è insito nella natura del bambino (ma anche dell’adolescente) opporsi alle regole poiché attraverso questa opposizione il bambino cerca di affermare la propria identità, innescando un processo di separazione-individuazione necessario per la sua crescita.

    Tale processo ha inizio intorno al primo anno di vita, con la fase del no, in cui compare una rigida opposizione alle imposizioni dell’adulto per avere una propria individualità/autonomia differenziata dalla dipendenza familiare. Quest’opposizione poi si rimanifesterà nel periodo adolescenziale.

    Ma cosa succede quando questi ruoli non vengono assunti? Quando le regole non vengono dettate? Quando i “no” e i “basta” non vengono elargiti?

    Mi capita spesso di sentire dei genitori che affermano (e molti con estrema fierezza) di essere amici dei propri figli, o di cercar di accontentare i figli in qualunque cosa richiedano, perché loro non hanno avuto questa fortuna; mi capita spesso di sentire genitori dire che è importante lasciare i figli liberi di crescere e sperimentare, perché “devono farsi le ossa”, perché solo così comprenderanno il mondo e come viverci.

    Forse è vero, forse no.

    Non possiamo e non dovremmo essere amici dei nostri figli, dovremmo far loro da guida: l’amico gli cammina al fianco, noi dovremmo camminare loro davanti e dargli l’esempio, girargli intorno, controllarli e dargli le regole, e sicuramente loro le infrangeranno, perché devono sperimentare e sperimentarsi, devono capire fin dove possono spingersi, cosa possono fare, ma con la consapevolezza che ci sono dei limiti oltre i quali non possono andare perché superandoli potrebbero ledere se stessi o gli altri.

    Attraverso le regole, i no e i basta il bambino sperimenta la frustrazione, ed è fondamentale che la sperimenti! Se essa mancasse non potrebbe arrivare a sperimentare l’attesa, la gioia, l’appagamento; se essa mancasse, se tutti i suoi bisogni fossero subito compensati, rimarrebbe in una fase narcisistica dove le uniche cose veramente importanti sarebbero i suoi bisogni, i suoi desideri, le sue voglie.

    Ecco la vera importanza dei “no” e dei “basta”, sono loro che aiutano a crescere e a individuarsi. Ed è importante saperli dire, anche nelle relazioni adulte, nell’ambiente lavorativo, nel contesto sociale, perché rappresentano l’affermarsi, l’esistenza vitale e assertiva, la conquista e il trionfo dell’Io.

    Proprio per via dell’attivazione della frustrazione, di cui parlavo precedentemente, non è facile che un bambino accetti un no a meno che questo non venga motivato.

    Molti credono che relazionandosi con un bambino sia in parte inutile fornirgli delle spiegazioni perché “è piccolo e quindi non capisce”… Non c’è nulla di più sbagliato! Il bambino apprende e assimila tutto: assimila gli stati d’animo dei genitori e dell’ambiente circostante, impara a relazionarsi come loro, impara a ragionare come loro.

    J. J. Rousseau diceva “datemi un bambino e vi dimostrerò che posso trasformarlo in ciò che voglio”: è vero, il bambino è plasmabile e prende forma nell’ambiente in cui vive; è portatore del sistema familiare di cui fa parte e delle sue “malattie”; è lo specchio dei genitori, mette in atto non soltanto tutto ciò che gli viene insegnato, ma anche tutto ciò che non gli viene insegnato e che passa attraverso una comunicazione implicita non verbale e quando il verbale e il non-verbale entrano in conflitto mandano messaggi confusionali. Si crea, così, confusione all’interno del bambino che non saprà come dover rispondere.

    Per questo è bene porre regole chiare e precise, non molte ma essenziali, perché nella chiarezza il bambino può comprendere e comprendendo può accettare.

    Mi rendo conto che a parole sembra facile e che molti potrebbero obiettare che si fa presto a parlare e che mi vorrebbero vedere alle prese con i propri figli nel momento acuto delle loro crisi e dei loro rifiuti ai no.

    Vi faccio dono di una strategia contenitiva: quando il bambino è invaso dalla rabbia per il no, non cedete perché altrimenti perdete in immagine genitoriale e lui si sentirà più forte di voi, ma abbracciatelo, contenetelo attraverso il gesto e poi attraverso le parole rendendo conscio l’inconscio, dando una spiegazione del suo vissuto emotivo con frasi tipo “Mi sembri molto arrabbiato in questo momento e capisco che hai voglia di rompere tutto. Ma se lo facessi veramente, probabilmente dopo saresti triste e dispiaciuto per aver rotto i tuoi giocattoli (per aver picchiato la mamma, per aver fatto male al fratellino, etc). Non voglio che tu ti faccia male o che faccia male agli altri, perciò starò con te e ti terrò fermo fino a che non ti sarai calmato almeno un po’”.

    E dopo dategli una “via di fuga”, fategli strappare dei giornali, prendere a pugni i cuscini, cercate un modo di fargli scaricare la rabbia che sente, perché la sente e se rimane inespressa corrode. Non bisogna impedire al bambino di esprimere le proprie emozioni, bisogna aiutarlo a gestirle cercando di evitare che si faccia del male o che ne faccia agli altri.

    Quindi, per tornare alla domanda iniziale, affinché un bambino accetti un no è importante che comprenda la motivazione dietro quel no: ad esempio se la richiesta è di giocare un altro po’ con la playstation, la domanda da porgli è “qual è la regola?” e lui saprà che non può continuare a giocare perché deve spegnere dopo 30 minuti e andare a fare i compiti. Sicuramente proverà a chiedere ancora altro tempo per giocare, ma la regola è quella e va rispettata. Controvoglia e borbottando spegnerà la playstation e farà ciò per cui è stato chiamato.

    Il rischio maggiore è quello di nascondersi dietro una maschera, di non mostrarsi per quello che si è, di non chiedere ciò che si vuole.

    Si adotta una maschera, che, come diceva C. G. Jung, serve da baluardo protettivo: da una parte la utilizziamo per dare una buona impressione di noi, dall’altra ci serve per nascondere la nostra vera natura.

    Così ci rendiamo efficienti, disponibili, qualunque cosa chiedano, di qualunque cosa la gente abbia bisogno siamo sempre lì, pronti a dire sì, sempre presenti, per lo meno per gli altri, perché la stessa presenza, la stessa disponibilità non la diamo a noi stessi, non ci guardiamo, non ci curiamo, non ci amiamo.

    Essere uno yes-man / yes-woman è un ruolo, ce lo addossiamo, e veniamo etichettati come quelli su cui contare, quelli che “crolli il mondo ma io lo faccio”, e a volte per questa nostra caratteristica veniamo sfruttati. Inoltre, dopo aver detto il proprio sì e aver fatto il compito accettato, molto spesso non ci sentiamo appagati, ma abbiamo bisogno di un altro compito, perché senza compiti siamo soli e costretti a dialogare con noi stessi..

    Sapete dietro la maschera c’è sempre una vita intrapsichica con la quale, prima o poi, bisogna confrontarsi.

    A RISPONDERE ALLE DOMANDE:
    Dr.ssa Federica Spina
    Specialista in psicologia

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