L’abbassamento della glicemia non influisce sulla perdita di memoria

L’abbassamento della glicemia non influisce sulla perdita di memoria

Un importante studio americano ha sottolineato che le terapie, somministrate per abbassare i livelli di glucosio, anche se aggressive non proteggono dalla perdita di memoria

da in Alimentazione, Cervello, Glicemia, Memoria, Ricerca Medica
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    L’abbassamento della glicemia, dovuto all’assunzione di farmaci, non influisce sulla perdita della memoria. Le terapie, somministrate per curare il diabete, soprattutto nei pazienti di una certa età, agiscono a livello del cervello, ad esempio aumentandone il volume, ma non proteggendo l’area adibita ai ricordi. Le terapie di cui si parla sono quelle aggressive, che perdurano per molti anni, allo scopo di mantenere dei livelli di glicemia normali.

    Questo è il risultato di un grande ed importante studio americano, chiamato ACCORD, condotto dai ricercatori del Wake Forest Baptist Medical Center in North Carolina. La ricerca ha coinvolto 3 mila diabetici di tipo 2, con un’età compresa tra i 55 e gli 80 anni, con alti livelli di glucosio nel sangue ed un alto rischio di patologie cardiache. Questo studio si è basato sugli effetti delle terapie aggressive, usate nel diabete, nei confronti della memoria dei pazienti.

    Infatti, secondo esami ed analisi precedenti i pazienti affetti da diabete di tipo 2, hanno un rischio maggiore, rispetto ai non diabetici, di demenza e perdita della memoria.

    Nonostante le terapie vengano somministrate a dosi maggiori, e quindi rappresentino una soluzione aggressiva, non vanno a migliorare la situazione. Infatti, gli studiosi hanno valutato dalla ricerca, pubblicata su Lancet, come dopo 40 mesi di trattamento, i livelli di emoglobina A1c si erano abbassati, il volume cerebrale era aumentato, ma che non vi furono benefici nel preservare la memoria dei pazienti. Ecco perché è consigliabile per trattare il diabete, una sana alimentazione, una regolare attività fisica, una terapia adeguata e non aggressiva, anche perché quest’ultima aumenta il rischio di patologie cardiache.

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