Interventi chirurgici: dilaga il day surgery

Interventi chirurgici: dilaga il day surgery

Anche se a ritmi inferiori a quelli europei, aumenta il ricorso alla chirurgia in day surgery, per interventi meno invasivi, con minore ospedalizzazione e, di conseguenza, vantaggi per il paziente e meno spese per il Servizio Sanitario Nazionale

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    Dilaga il day surgery

    Circa il 30% degli interventi chirurgici italiani si svolge in Day Surgery. Di cosa stiamo parlando? Di una modalità di intervento mini invasiva che permette al paziente dimissioni in giornata o al massimo con una notte di ricovero ospedaliero. Un fenomeno in crescita, dunque, ma ancora al di sotto dei livelli medi europei e statunitensi, dove questo tipo di chirurgia supera il 50% del totale degli interventi chirurgici.

    Il perché è presto detto: con questo intervento, che per alcuni tipi di malattie è ormai il punto di riferimento, si hanno molti vantaggi per il paziente. Chi si fa operare in day surgery subisce un intervento poco invasivo, con tempi di recupero rapidi e meno problemi post-operatori, tanto da passare decisamente meno tempo in ospedale, anche con un rischio inferiore di contrarre eventuali infezioni ospedaliere.

    “La mini invasività di questo tipo di chirurgia, unitamente, in alcuni casi, all’utilizzo di anestesie locali o loco regionali, consente di operare anche pazienti che fino a ieri non sarebbero stati trattabili con interventi più invasivi, di tipo tradizionale” spiega professor Giampiero Campanelli, Presidente della Società Italiana di Chirurgia Ambulatoriale e Day Surgery.

    Ma i vantaggi si hanno anche a livello di Sistema Sanitario Nazionale: “Le spese per il singolo paziente si riducono mediamente ad un quinto rispetto a quanto non avvenga con gli interventi a cielo aperto, ma non solo: si ha una diminuzione globale delle liste di attesa e un possibile maggiore impegno delle risorse a disposizione per curare tutti quei pazienti che richiedono trattamenti più complessi e ospedalizzazioni più lunghe” continua Campanelli.

    E allora perché in Italia la diffusione c’è, ma a rilento? Per una sorta di resistenza di carattere culturale: le persone credono che minore tempo di ricovero equivalga a una minore attenzione al paziente: “Il fatto in sé non è assolutamente vero, a patto però che il paziente venga debitamente informato sulle procedure che verranno effettuate e abbia a disposizione ogni riferimento necessario per risolvere in tempo reale qualsiasi dubbio, problema, necessità grazie ad un’assistenza altamente qualificata” conclude Campanelli.

    foto Panorama.it

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