Infortuni sport: trauma cranico in aumento tra i calciatori

Infortuni sport: trauma cranico in aumento tra i calciatori

Non solo fratture agli arti inferiori e lesioni ai legamenti: sui campi di calcio aumentano i traumi cranici, colpa di scontri sempre più pesanti e violenti

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    Trauma cranico in crescita tra i calciatori

    A gennaio è toccato al difensore dell’Inter Cristian Chivu, a Peter Cech, portiere del Chelsea, era capitato già nel 2006 (e da allora il giocatore è sempre sceso in campo con un casco protettivo) e proprio nelle ultime settimane è stata la volta del difensore della Roma John Arne Riise: tutti calciatori, tutti alle prese, pur con le dovute differenze, con il medesimo infortunio sul campo, un trauma cranico.

    Il trauma cranico, infatti, sta diventando un infortunio sempre più frequente sui campi di calcio: “Questo perché il calcio sta diventando di anno in anno più atletico, con scontri duri tra calciatori sempre più prestanti e pesanti” spiega il professor Fabrizio Stocchi, primario neurologo dell’ospedale San Raffaele di Roma.

    Un infortunio da non sottovalutare: “E’ rischioso perché può provocare danni immediati, come l’emorragia interna, che può portare allo schiacciamento della parte basse del cervello. In occasione di questi incidenti è necessario intervenire subito. Sottoporre il calciatore a Tac e risonanza magnetica per escludere emorragie interne che, in alcuni casi, possono portare anche alla morte” avverte il medico.

    Non tutti i traumi cranici sono uguali.

    Nel caso del portiere del Chelsea, per esempio, si era assistito a una vera e propria frattura cranica, mentre nel caso più recente, che ha coinvolto il norvegese Riise, si è parlato di una commozione cerebrale: “Significa che il cervello ha subito un impatto, sbattendo all’interno del cranio. Questo porta a uno stato di incoscienza, e generalmente, se non ci sono stati sanguinamenti o lesioni strutturali, questo tipo di infortuni non ha conseguenze negative sulla salute futura del paziente” spiega Stocchi.

    Anche nei casi più lievi, comunque, serve un periodo di riposo e questo vale a maggior ragione per chi, come un calciatore, tornando alle normali attività, rischia nuovi scontri e può essere chiamato a colpire il pallone con la testa: “In linea di massima, per rivederlo in campo ci vogliono almeno tre-quattro settimane. Anche se già dopo una settimana-dieci giorni, se non sopraggiungono complicazioni, può tornare ad allenarsi. Evitando però scontri e colpi di testa” conclude l’esperto.

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