Infarto cardiaco: il nuovo ruolo della Rosuvastatina

A seguito dell’ok dell’importante ed autorevole Organo di controllo americano, infatti, la rosuvastatina potrà anche essere impiegata in quei pazienti che abbiano livelli di colesterolo Ldl, il colesterolo cattivo, nella norma

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    rosuvastatina

    Un altro tassello nella lotta non solo delle ipercolesterolemie, ma anche delle malattie cardiovascolari, soprattutto infarti, è stato inserito attribuendo un nuovo ruolo alla Rosuvastatina, facente parte del variegato mondo delle statine, i farmaci nati inizialmente per contrastare gli elevati livelli di colesterolo anche in quei soggetti che si sottoponevano a restrizioni alimentari, senza sortire alcun miglioramento della patologie.

    Ma oggi, alla luce del nuovo ruolo che è stato dato a tale statina, registriamo l’ok della Food and drug administration, al fine di collocare il farmaco all’interno di un ulteriore ambito terapeutico.

    A seguito dell’ok dell’importante ed autorevole Organo di controllo americano, infatti, la rosuvastatina potrà anche essere impiegata in quei pazienti che abbiano livelli di colesterolo Ldl, il colesterolo cattivo, nella norma.

    Si sarebbe infatti dimostrato, secondo uno studio scientifico denominato Jupiter, che somministrando Rosuvastatina in soggetti che abbiano livelli normali di tale colesterolo, ma al contrario presentano livelli elevato di Proteina C Reattiva, una particolare proteina che ritroviamo negli stati in atto di infiammazione, il rischio di patologie cardiovascolari, alcune anche gravi, si dimezza con l’utilizzo del farmaco che si dimostrerebbe adatto anche nel ridurre il rischio di accidenti vascolari, quali ad esempio ictus.

    Dunque, alla luce delle nuove acquisizioni scientifiche, la Rosuvastatina si dimostra utile “per la riduzione del rischio di ictus, infarto miocardico e procedure di rivascolarizzazione in persone che non presentino evidenze cliniche di malattie coronariche in atto ma con un aumentato rischio di malattie cardiovascolari dovuto all’età avanzata (uomini >/=50 anni e donne >/=60 anni), un livello di proteina c reattiva ad alta sensibilità (hsCrp) >/= 2 mg/L e la presenza di un altro fattore di rischio cardiovascolare aggiuntivo, quale, per esempio, ipertensione, bassi livelli di colesterolo Hdl, fumo o una storia famigliare di coronaropatia prematura”.