Il cervello “conserva” il dolore: scoperto dove

Il cervello “conserva” il dolore: scoperto dove

Il dolore è duro a morire, o, meglio è difficile, quasi impossibile da cancellare, perchè il cervello ne conserva le emozioni e le sensazioni connesse in aree cerebrali ben definite

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    L’area del cervello dove si conserva il dolore

    Le esperienze dolorose, le sofferenze e i momenti più difficili vissuti non si cancellano mai definitivamente. Rimane tutto lì, in un cassetto della memoria, in un angolo, spesso ben nascosto, del cervello. A scoprire il “nascondiglio cerebrale” dei ricordi più difficili, le aree del cervello che conservano, anche per tutta l’esistenza di un individuo, le emozioni dolorose, un gruppo di ricercatori italiani, un team dell’università di Torino, coordinato dalla dottoressa Tiziana Sacco e dal dottor Benedetto Sacchetti dell’Istituto Nazionale di Neuroscienze.

    Una scoperta davvero importante, tutta italiana, pubblicata sulle pagine dell’autorevole rivista Science, che apre la strada a nuove ricerche e nuove prospettive di studio in materia di disturbi legati alla sfera emotiva, allo stress, a eventi traumatici e alle fobie.

    La ricerca torinese ha permesso di individuare nel topo alcune delle strutture cerebrali “contenitore”, destinate a conservare emozioni e dolore: sono, nello specifico, la corteccia secondaria uditiva, visiva e olfattiva, le cosidette cortecce sensoriali di “ordine superiore” deputate all’elaborazione delle informazioni sensoriali complesse.

    Emozioni e stimoli sensorali, come odori, suoni o colori, si legano indissolubilmente e inconsapevolemente: un’esperienza dolorosa viene “archiviata” nel cervello insieme alle sensazioni che l’hanno accompagnata.

    “Le cortecce sensoriali di “ordine superiore” presenti nel topo trovano il loro corrispettivo nel cervello umano, con la differenza che in quest’ultimo hanno una maggiore estensione ed eterogeneità. Quello che ci aspettiamo è che nell’uomo le variazioni dell’attività sensoriale interessino le stesse aree, ma in più punti localizzati. Con queste basi sperimentali siamo pronti a procedere con lo studio sull’uomo, che condurremo utilizzando le tecniche di imaging” ha sottolineato il dottor Benedetto Sacchetti.

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