Ictus silenti: un mito quasi sempre da sfatare

Una ricerca americana informa della possibilità di ictus che passerebbero inosservati al paziente; non siamo d'accordo, l'ictus silente di fatto potrebbe essere un Tia, un deficit neurologico transitorio che non passa inosservato, semmai confuso con altri sintomi

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    Reparto Neurochirurgia

    Una recente ricerca americana pubblicata sulla rivista scientifica Stroke riferirebbe di una percentuale prossima al 10% di casi di ictus silenti che passerebbero inosservati all’individuo ma che ugualmente lascerebbero il segno nel soggetto colpito. Detta così la cosa potrebbe allarmare ed alimentare una sorta di richiamo mediatico destinato a preoccupare anche in maniera sensibile in parte la popolazione.

    Eppure gli ictus in soggetti predisposti o che abbiano avuto altri episodi o, ancora, in soggetti anziani, per non parlare dei TIA (Transient Ischaemic Attack: ) un deficit neurologico momentaneo, non sono, soprattutto nel sesso maschile e dopo i 45/50 anni di età, fenomeni del tutto rari; semmai, soprattutto nei casi di TIA, che non passano per nulla inosservati, i pazienti che ne vengono colpiti dovranno assolutamente intraprendere un percorso diagnostico con il proprio medico curante al fine di prevenire ulteriori attacchi e soprattutto scongiurare l’eventuale insorgenza di ictus futurI, attesa anche la possibilità in questi individui di manifestare col tempo episodi di accidenti vascolari anche fatali.

    L’evidenza del referto di una TAC in un soggetto che ha già avuto una serie di TIA o un ictus in parte risoltosi ci fanno ben capire come la possibilità di incorrere in quelli che si definiscono ictus silenti sia tutt’altro che rara, basti vedere i riscontri che ben evidenziano la multiinfartualità cerebrale di questi soggetti. Il motivo è semplice, un ictus si palesa spesso per la presenza di situazioni patologiche spesso rappresentate da placche aterosclerotiche localizzate a livello carotideo o aortico, la migrazione di frammenti di quest’ultimi nella corrente circolatoria è essa stessa motivo di insorgenza di un ictus per via dell’impossibilità del sangue di irrorare quel distretto in cui si è avuta la necrosi a causa dell’ischemia da mancato apporto ematico.

    Non solo, anche la presenza di una fibrillazione atriale, una pericolosa aritmia che costringe il cuore ad una contrazione spesso infruttuosa e nel farlo aspirando anche aria, genera pericolosi emboli che hanno le stesse conseguenze di quanto causato dai frammenti di placca andatisi ad insinuare nei punti più disparati dell’organismo, soprattutto nel distretto cerebrale.

    Non siamo per nulla convinti dunque che esistano ictus silenti, quanto invece che esistano ictus le cui conseguenze siano lievi per via della eventuale durata del fatto ischemico o della ridotta area interessata dal fenomeno magari in soggetti predisposti alla patologia senza che ne fossero a conoscenza o in soggetti in cui eventuali multi patologie a carico di organi diversi hanno finito col confondere un episodio ischemico transitorio scambiato, ad esempio, per un rialzo pressorio, quando non sia stato proprio questa la causa che ha generato l’ischemia.

    Per quanto concerne gli eventuali esiti a livello cerebrale, generalmente un TIA se non diagnosticato entro le 24 ore difficilmente fornirà elementi, se non quelli correlati ai sintomi lamentati, della sua insorgenza; tuttavia, non essendo sempre agevole discernere un TIA da un ictus sia pure di modeste proporzioni, un referto radiologico riferito ad una TAC o a Risonanza Magnetica è quasi sempre in grado di stabilire i danni cerebrali che la condizione patologica ha determinato, condizione questa indispensabilmente seguita da tutta una serie di altre indagini clinico-diagnostico implicanti anche un diverso stile di vita, dietetico e farmacologico, al fine di evitare eventuali altre situazioni similari e spesso di gran lunga peggiori.