Gravidanza: test del sangue per diagnosi sindrome di Down

Un test del sangue per diagnosticare la sindrome di Down e per limitare il ricorso all’amniocentesi durante la gravidanza, un esame invasivo e molto rischioso: il futuro potrebbe essere questo

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    Esame sangue per scoprire la sindrome Down

    Presto la diagnosi prenatale della sindrome di Down potrebbe essere mininvasiva: grazie al test sviluppato dagli scienziati dell’Università di Hong Kong e del King’s College di Londra, potrebbe essere sufficiente un semplice esame del sangue. Un test del sangue, poco invasivo e privo di rischi potrebbe essere presto disponibile per diagnosticare, durante la gravidanza, la sindrome di Down.

    Davvero una gran bella scoperta per le future mamme, che, fino a ora, per scoprire la presenza della patologia nel piccolo nascituro avevano solo un’opzione diagnostica, invasiva e con possibili effetti collaterali da non sottovalutare, l’amniocentesi.

    Se le ulteriori sperimentazioni dei ricercatori internazionali confermeranno i risultati positivi ottenuti, il futuro potrebbe offrire buone speranze e nuove prospettive, come si legge tra le pagine della rivista scientifica che ha pubblicato lo studio, il British Medical Journal.

    Il segreto del possibile successo di questo innovativo test del sangue è nel dna: gli studiosi internazionali sono riusciti a sviluppare un’analisi in grado di esaminare e di sfruttare la minima percentuale di dna del piccolo, che passa attraverso il sangue della gestante durante la gravidanza, verificando la presenza della copia extra del cromosoma 21, condizione riconducibile alla presenza della sindrome di Down.

    Individuata la presenza del cromosoma, si rende necessario, per una conferma decisiva, il test tradizionale. L’amniocentesi non viene eliminata o sostituita completamente, ma ne viene limitato l’utilizzo, solo ai casi di rischio reale.

    “I nostri studi hanno dimostrato che il test è praticabile negli ospedali ma è ancora un po’ troppo costoso. Ci vorrà ancora qualche anno prima di renderlo di routine” hanno sottolineato i ricercatori, autori dello studio.