Glaucoma, nuovo metodo di diagnosi

Un nuovo metodo di misurazione della pressione oculare potrebbe rivoluzionare e migliorare la diagnosi di una delle patologie oculari più pericolose, il glaucoma

da , il

    Nuova diagnosi per il glaucoma

    La scoperta di un team di ricercatori inglesi potrebbe rendere più facile e precoce la diagnosi del nemico numero uno della salute visiva, il glaucoma, il ladro silenzioso della vista per eccellenza, che si aggiudica il secondo posto tra le cause più comuni di perdita irreversibile della capacità di vedere in tutto il mondo.

    Il risultato ottenuto dagli esperti d’oltremanica potrebbe dare una svolta alla metodica di diagnosi della patologia, che mette in serio pericolo la vista, cambiando la modalità di misurazione della pressione oculare utilizzata dagli operatori sanitari. In questo modo, si aprono prospettive interessanti per anticipare la diagnosi e il trattamento, aumentando notevolmente le possibilità di successo della cura e dell’intervento.

    Gli studiosi britannici, nella sperimentazione pubblicata sulle pagine della rivista Investigative Ophtalmology & Visual Science, sono partiti dalla consapevolezza, ammessa dalla maggior parte dei medici, che i metodi clinici di valutazione della pressione oculare utilizzati mostrano alcuni difetti di precisione, che rischiano di inficiare la validità della diagnosi.

    Le carenze delle attuali metodiche di misurazione sono legate, in particolare, alle proprietà fisiche di una delle componenti più delicate degli occhi, la cornea. Il team inglese ha effettuato uno studio di larga scala sulla popolazione, per la prima volta, prendendo in esame le misure di biomeccanica della cornea.

    “In precedenza, è stata utilizzata una misura piuttosto grezza, ovvero lo spessore corneale centrale, come indice di biomeccanica della cornea. Ora abbiamo usato un dispositivo che genera misure di biomeccanica della cornea in collaborazione con IOP e tenta di correggere IOP in relazione alle proprietà fisiche corneali”, ha osservato l’autore della ricerca Paul J. Foster, docente presso lo University College London Institute of Ophthalmology.