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Fibrillazione atriale: l’ablazione chirurgica molto più efficace dei farmaci

    Ablazione chirurgica

    La notizia segue uno studio del Cardiovascular Institute, Loyola University Medical Center nell’Illinois e pubblicato su Jama, condotto da due esponenti dell’ateneo americano, i professori David J Wilber e collaboratori che avrebbero concluso i lavori scientifici sostenendo che i farmaci antiaritmici sarebbero di gran lunga superati dall’ablazione chirurgica trans-catetere, ai fini di una remissione della patologia.

    La metodica si rivolge a quei pazienti affetti da fibrillazione atriale parossistica, una condizione patologica che è dipendente da diverse patologie, non tutte a carico dell’apparato cardiovascolare.

    Cos’è la fibrillazione atriale

    Per capire meglio di che si parla, bisogna ricordare che la fibrillazione atriale parossistica è un’alterazione del ritmo cardiaco con la conseguenza che il cuore batte non più in modo regolare. Non è del tutto corretto considerare la fibrillazione atriale una malattia, semmai il segnale di una più impegnativa malattia che vi stia alla base e questo è il compito che si assume il cardiologo di fronte ad un soggetto fibrillante, scoprire la causa del fenomeno prima di intervenire su di esso.

    Ma rimanendo al disturbo, ricordiamo che nel caso della fibrillazione atriale si riscontra la mancanza dell’impulso proveniente dal nodo seno-atriale, ovvero il luogo in cui parte lo stimolo per il battito normale, con la conseguenza che tale stimolo avviene in maniera disseminata in larga parte della muscolatura cardiaca col risultato che il cuore batte ma ad un ritmo irregolare, pur assicurando alla pompa cardiaca la funzione di riempimento e di svuotamento del sangue, pur in presenza di tale importante aritmia, ma con la constatazione che la pompa ventricolare risulta meno efficiente di almeno il 30% rispetto ad un cuore sano.

    Nella pratica si può assistere al fatto che il sangue passa negli atri con grande difficoltà ad essere spinto nei ventricoli, con la conseguenza che negli atri, dove il flusso è rallentato, il sangue può essere soggetto anche a coagularsi formando dei piccoli coaguli che una volta pompati nei ventricoli vengono espulsi e trasportati prima nell’aorta e poi nell’arteria polmonare causando embolie per lo più a livello cerebrale e dunque ictus a volte persino mortali, con una frequenza di tali embolie che è intorno al 20% di tutte le fibrillazioni atriali conosciute; poiché il coagulo può essere di dimensioni diverse, a volte si giunge anche a coaguli grandi quanto il lume dell’arteria, il danno che il paziente riporta è strettamente dipendente dalla grandezza del coagulo che, più grande è, maggiori sono i danni che andrà a provocare.

    Alla base della fibrillazione anche patologie del digerente

    Poiché esistono diverse forme di fibrillazioni, si va da quelle saltuarie parossistiche a quelle continuative, sarà compito del cardiologo andare a ricercane le origini che possono essere quanto più disparate possibili, visto che in causa può essere chiamato anche l’apparato digerente a causa di patologie digestive, comprese le ernie iatali. Nelle forme permanenti la causa può ricondursi invece e parliamo nell’80% dei casi, in una cardiopatia che spesso non viene neanche diagnosticata prima dei sintomi rappresentati da una fibrillazione.

    La terapia della fibrillazione atriale

    La terapia di una fibrillazione atriale è quanto mai diversificata e ci ricolleghiamo al discorso in premessa seguito allo studio americano di cui si parlava; è infatti possibile utilizzare farmaci antiaritmici per cercare di riportare il ritmo in condizioni ottimali, oppure si può agire mediante shock con defibrillatore; ma tali terapie e manovre cliniche non giungono a risultati auspicati se la fibrillazione è presente da oltre un anno e ciò in quanto si è già in presenza di un atrio ispessito e allargato. Non bisogna dimenticare anche la terapia con anticoagulanti, si tende ad utilizzare i derivati del dicumarolo, ciò per sciogliere e prevenire la formazione di quei micidiali coaguli che abbiamo visto formarsi a livello degli atri; ma anche questa possibilità è da tenere in seria considerazione da parte del medico, in quanto nei pazienti ipertesi si possono determinare vere e proprie emorragie cerebrali con un rischio doppio rispetto a quello che si sarebbe determinato con la sola fibrillazione.

    Lo studio americano

    Torniamo dunque allo studio americano dopo aver visto più nel dettaglio cosa sia mai una fibrillazione atriale parossistica, ricordando che tale studio ha riguardato 19 ospedali e 166 pazienti che erano andati incontro ad almeno tre crisi si aritmia importanti nei sei mesi prima che venissero attenzionati dagli studiosi.

    Per tali pazienti che già avevano fatto uso di farmaci antiaritmici e anticoagulanti senza ottenerne alcun tangibile beneficio, si è dimostrato che l’ablazione chirurgica trans-catetere, ottiene di gran lunga risultati migliori dei farmaci stessi.

    Che cos’è l’ablazione chirurgica trans catetere

    Parliamo di una tecnica esistente in Italia da circa un ventennio, parliamo anche di una tecnica del tutto indolore che viene eseguita in anestesia locale ed in regime di semi day Hospital, di norma il paziente viene dimesso il giorno dopo il trattamento. Si procede facendo passare un catetere attraverso una vena oppure attraverso un’arteria, meglio quella femorale che è di grosso calibro. I cateteri che vengono seguiti attraverso controllo radiologico, vengono sospinti fino alle cavità cardiache dove mediante l’utilizzo dell’elettrocardiografo si registra l’attività elettrica del cuore registrando l’aritmia indotta dalla manovra; a questo punto si riesce ad identificare il punto esatto da cui si diparte lo stimolo che determina l’aritmia e questo viene scaldato mediante una corrente chiamata di radiofrequenza a circa 65 gradi C che determina la coagulazione del punto del focolaio responsabile dell’aritmia e la sua soppressione.

    La crioablazione

    Ultimamente si sta anche facendo ricorso alla ablazione chrirugica che sfrutta il freddo anzicchè il caldo, parliamo della crioablazione che si avvale di un catetere ablatore cavo con un elettrodo chiuso alla punta connesso ad una consolle che rilascia liquido refrigerante (NO2) sotto pressione nell’interno del lume del catetere. Quando la temperatura raggiunge i -20°C si crea uno strato di ghiaccio che avvolge la punta del catetere e che determina una perfetta adesione e stabilità del catetere stesso al tessuto miocardio.

    Le conclusioni

    Alla luce di tutto ciò, si è constatato che 66 pazienti su cento che si sono sottoposti ad ablazione chirurgica non ha più sofferto di fibrillazione atriale nei primi nove mesi dall’intervento, mentre i pazienti trattati con i farmaci che hanno ottenuto lo stesso risultato sono stati 16 sempre sul campione di 100 . Eventuali eventi avversi si sono manifestati in maggior numero nei pazienti trattati con farmaci, quasi il 9%, rispetto a quelli sottoposti ad ablazione,meno del 5% ed infine, l’approccio chirurgico ha determinato un significativo miglioramento della qualità della vita dei pazienti a tre mesi dall’intervento, condizione che si è mantenuta nel corso dell’intera indagine.

    SCRITTO DA Giuliano PUBBLICATO IN CuoreFarmaciIctusIn EvidenzaMalattieRicerca Medicatermoablazione Martedì 16/02/2010