Facebook: il social network a causa del licenziamento di un dipendente malato

Facebook: il social network a causa del licenziamento di un dipendente malato

Tanto è bastato per il suo datore di lavoro, per far scattare il licenziamento per giusta causa nei confronti del dipendente che avrebbe attestato, con un certificato rilasciato da un “compiacente” medico, a dire del datore di lavoro, il suo stato di malattia che però non gli avrebbe impedito di rilassarsi ai Tropici

da in Benessere, Primo Piano, Sanità
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    Nel caso che vedremo l’aspetto medico è trattato solo marginalmente, considerato che quel che ci interessa sapere in questa sede, è il ruolo che un certificato medico assume nei confronti del dipendente ritenuto infedele, o addirittura assenteista, nei confronti del suo datore di lavoro in quanto assente giustificato per malattia ed invece impegnato in attività che poco o per nulla sarebbero compatibili con la malattia stessa. Il problema tuttavia è ancora più sottile, ovvero, può un datore di lavoro spiare il proprio dipendente affidandosi a Facebook ed utilizzando il noto sito per ricevere informazioni sulla vita privata del proprio subordinato al punto da configurare il suo licenziamento?

    Se ne parliamo è perché siamo in grado di riportare il caso di un lavoratore americano, dipendente di una multinazionale, in ferie per malattia e “beccato” su Facebook mentre inviava e condivideva con amici e parenti, l’album delle foto scattate in amene località di villeggiatura mentre era assente giustificato dal lavoro per via della patologia accusata.

    Tanto è bastato per il suo datore di lavoro, per far scattare il licenziamento per giusta causa nei confronti del dipendente che avrebbe attestato, con un certificato rilasciato da un “compiacente” medico, a dire del datore di lavoro, il suo stato di malattia che però non gli avrebbe impedito di rilassarsi ai Tropici. Ancora peggio ha fatto la Compagnia di Assicurazione del dipendente (in America la Sanità è per lo più di tipo privato) che ha risolto, ipso facto, il contratto alla sua cliente poiché la stessa aveva richiesto alla Compagnia una diaria da malattia avvalorata proprio dalla necessità di doversi assentare dal lavoro.

    Un caso interessante sotto il profilo legale perché potrebbe rappresentare un precedente importante ai fini dei rapporti che devono intercorrere fra datore di lavoro e dipendente quando questi si ammali o dice di ammalarsi. Il fatto assume ancora più valenza se si tiene conto del significato, ai fini giuridici, che assume il certificato medico e di chi lo rilascia, al punto da ritenere legittima la condotta del medico che attesti uno stato patologico di un proprio assistito pur sapendo che questi svolga mansioni apparentemente incompatibili con la malattia accusata.


    A detta dei giuristi che si stanno occupando del dipendente americano nello specifico lo stesso sarebbe stato addirittura vessato dal proprio datore di lavoro in quanto la malattia certificata era riconducibile ad un grave stato ansioso-depressivo in atto e dunque, tale stato, rendeva inabile al lavoro la persona, ma non escludeva al contempo che la stessa potesse dedicarsi ad attività extralavorative che implicavano lo scambio relazionale con soggetti esterni al lavoro stesso, anzi, proprio la vacanza poteva persino essere vista come una terapia che accelerasse la guarigione, al contrario la permanenza al lavoro, col suo carico di impegni e responsabilità, poteva nuocere non poco il dipendente fino a ritardarne la sua guarigione.

    Ma ai fini giurisprudenziali l’accadimento dell’impiegato americano apre un altro interessante capitolo che è quello di Facebook e di altri network del genere quando questi rientrino all’interno dei rapporti in atto fra datore di lavoro e dipendente. Insomma, può costituire un social network una prova, nello specifico di assenteismo, al punto da fratturare i rapporti all’interno di un’azienda o dobbiamo considerare Facebook pur sempre uno spazio privato che dunque sottostà ai vincoli della privacy, pur se condiviso con centinaia di altre persone, che nemmeno il proprio datore di lavoro è autorizzato, a nessun titolo a prevaricare? La risposta al quesito è tanto più interessante se si considera che da questa dipenderà anche il reintegro al lavoro dell’impiegato americano licenziato.

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