Epatite autoimmune: diagnosi e terapia

Epatite autoimmune: diagnosi e terapia

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L’epatite autoimmune è una forma di epatite, che si manifesta sempre con un’infiammazione cronica del fegato, il quale diviene “bersaglio” del sistema immunitario dell’organismo. Il motivo per cui accada questo non è ancora stato chiarito; secondo gli esperti potrebbe dipendere dal’assunzione di alcuni farmaci, dall’esposizione ad alcune tossine o dalla concomitante presenza di altre patologie. Se non diagnosticata e trattata nei tempi giusti può aggravarsi in cirrosi ed infine in insufficienza epatica, stadio in cui la necessità di un trapianto di fegato risulta indispensabile.

Studio britannico e diagnosi

La diagnosi dell’epatite autoimmune si basa sui sintomi e dai risultati di esami del sangue e della biopsia epatica. C’è da sottolineare che questa patologia colpisce in particolar modo le donne, oltre i 40 anni, per circa l’80%. I test riguardano la valutazione dei livelli degli enzimi epatici e la ricerca degli autoanticorpi (ANA, anticorpi antinucleo, gli SMA, anticorpi anticellule lisce, e gli LKM1, anticorpi microsomiali fegato-rene). La sintomatologia è caratterizzata da dolore addominale, ittero, prurito, rash cutaneo, nausea, vomito, perdita di appetito. La diagnosi e quindi una terapia specifica dovrebbe essere tempestiva in modo da evitare qualsiasi tipo di complicazione. La scienza sta studiando dei modi per evidenziare proprio la parte genetica coinvolta. Per poter constatare la causa che c’è alla base di questa malattia, e di altre patologie autoimmuni come la cirrosi biliare primitiva (CBP), un gruppo di studiosi britannici ha condotto uno studio, il cui co-autore è il dott. Carl Anderson del Wellcome Trust Sanger Institute, per identificare le regioni del genoma interessate. I ricercatori hanno scoperto, utilizzando una nuova tecnologia, tre regioni genetiche coinvolte nello sviluppo della CBP. In cosa consiste questa innovativa metodica? Si tratta di un microchip a DNA, chiamato Immunochip. Quest’ultimo ha il vantaggio di interagire e di identificare precisamente le regioni genetiche coinvolte nel rischio delle malattie autoimmuni. Sino ad ora sono stati identificati 25 regioni che possono essere associate alla patologia. Grazie a questi risultati e conoscendo l’attività genetica si possono individuare le cellule aventi un ruolo nell’insorgenza della malattia. Sono dei grandi passi avanti per la scienza che potranno aiutare allo sviluppo di una terapia specifica e sicura.

Terapia

Sino ad ora non esiste una vera e propria terapia specifica, in quanto dipende sia dallo stadio della patologia, sia dalla tolleranza ai farmaci, per non parlare dei possibili effetti collaterali. Di solito vengono somministrati delle sostanze che sopprimono o riducono l’attività del sistema immunitario: corticosteroidi e azatioprina. Per controllare rapidamente la malattia si inizia, nelle prime settimane, con dosi moderatamente alte di corticosteroidi (prednisone o prednisolone). Questi farmaci vengono associati alla azatioprina, anche per ridurne le dosi, soprattutto, se questa è ben tollerata. Nel caso in cui questo non dovesse accadere sia per quest’ultima sia per gli steroidi, allora, vengono utilizzati altri farmaci, come la ciclosporina, micofenolato mofetile o tacrolimus, per sopprimere l’attività immunitaria. Se l’epatite viene identificata e trattata nei tempi giusti si ha una remissione di questa in circa tre anni, con un’aspettativa di vita simile al resto della popolazione. Nei casi gravi può accadere che, nonostante il trattamento terapeutico, la malattia progredisca aggravandosi in cirrosi, o che altre patologie causino delle complicazioni.

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Lun 17/09/2012 da

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