Disturbo post-traumatico da stress: sintomi, cause e cure

Il dr. Omar Bellanova, psicologo psicoterapeuta cognitivo, ci parla del disturbo post-traumatico da stress che si manifesta in conseguenza ad un fattore traumatico profondo vissuto, per il quale si rende necessario un trattamento immediato

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    Disturbo post traumatico da stress

    Studi recenti hanno stimato che il disturbo post-traumatico da stress colpisce tra il 5% e il 10% dell’intera popolazione mondiale. Numeri altissimi, se si pensa che questa problematica è associata a violenze, incidenti, aggressioni o forti paure. Colpisce tutti, bambini compresi. Per fare chiarezza sui sintomi, le cause e le terapie per curare il disturbo post-traumatico da stress, abbiamo rivolto alcune domande al dr. Omar Bellanova, psicologo psicoterapeuta cognitivo.

    Disturbo post traumatico da stress: cosa si intende? Quando può capitare?

    Stiamo camminando per il bosco, attratti ed affascinati dalla natura (possibilmente senza la distrazione di uno smartphone!), quando all’improvviso un cespuglio inizia a scuotersi con forza. Facciamo appena in tempo a spostare su di esso la nostra attenzione, quando un animale spunta con un balzo d’innanzi a noi. Un cagnolino alla ricerca di avventure!

    Tutto è avvenuto molto rapidamente e mentre una parte di noi sta già sorridendo, un’altra parte del nostro corpo continua ancora a vivere quell’emozione di allarme appena provata. Il nostro cuore batte all’impazzata, sentiamo una morsa allo stomaco e magari anche del tremore alle gambe.

    Ci vorrà ancora qualche minuto perché il tutto ritorni al suo equilibrio. Magari qualche carezza al cane potrebbe accelerare il processo, ma è probabile che tornando a casa sentiremo il bisogno di raccontare l’accaduto a qualche nostro conoscente. In ogni caso non sarà un problema eseguire quasi automaticamente una “funzione regolatoria” sull’esperienza emotiva appena vissuta.

    Cos’è successo? Nulla di che, abbiamo solo attivato il nostro “sistema nervoso simpatico” adito all’attacco o fuga, predisponendoci a un possibile evitamento attivo di un pericolo che tale non si è rilevato. In termini più semplici, è possibile dire che abbiamo preso uno spavento, dando senso all’esperienza appena vissuta. Non sempre questa apparentemente perfetta funzione del nostro sistema nervoso funziona in questo modo.

    Basta sostituire il cagnolino con un rapinatore, uno stupratore o un qualsiasi altro tipo di bestia feroce e nociva ed il gioco è fatto. Vivendo una situazione soverchiante o in cui la nostra vita è percepita in pericolo, la definizione che potremo dare a quello specifico momento sarà una sola: evento traumatico.

    Se, in seguito a tale vissuto, il soggetto presenta dei particolari sintomi che possono esprimersi da uno stato di stress a degli stati dissociativi, probabilmente stiamo parlando di disturbo da stress post traumatico (DSPS) o post traumatic stress disorder (PTSD).

    Secondo il DSM 5 (ovvero il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) i criteri con cui è possibile definire se si è vissuto un trauma si applicano a tutte le situazioni in cui un soggetto è stato esposto a possibili situazioni di morte reale, grave lesione oppure a violenza sessuale, in base a quattro differenti modalità:

    • Sperimentare direttamente un evento traumatico
    • Assistere ad un evento traumatico che accade a terze persone
    • Venire a conoscenza di eventi traumatici ad una persona a noi vicina, come un membro della famiglia o un amico stretto
    • Vivere un’esperienza di esposizione a dettagli crudi di un evento traumatico

    Si parla spesso di DSPD quando la cronaca riporta di situazioni legate a disastri sia a opera della natura (terremoti, tsunami, valanghe, uragani ecc.) sia dell’uomo (atti di terrorismo, incendi, catastrofi ecologiche ecc.). Il trauma, in realtà, è anche rinvenibile in situazioni legate a gravi eventi esistenziali (violente aggressioni fisiche o psichiche, stupri, sequestri di persona ecc.) o in gravi situazioni cliniche (venire a conoscenza della morte o di una diagnosi fatale di una persona cara, vi-vere l’esperienza di subire gravi danni o interventi ad alto rischio ecc.).

    Tutti questi eventi sono potenzialmente traumatici qualora, nel nostro sistema di allarme, si dovesse verificare un sovraccarico, determinando una condizione nota come “troppo in troppo poco tempo”. Se, sfortunatamente, questa eccessiva attivazione dovesse superare un “punto di rottura” – soggettivo per ognuno di noi – andando a costituire il trauma, si andrebbe a determinare un’alterazione nel rapporto tra specifici sistemi fisiologici presenti nel nostro organismo.

    Secondo la classificazione del DSM 5, il disturbo da stress post traumatico appartiene alla categoria diagnostica dei disturbi correlati ad eventi traumatici e stressanti.

    Come abbiamo appena visto, è possibile considerare “traumatizzante” tutto ciò che è in grado di produrre una disregolazione cronica dei meccanismi cerebrali legati all’attivazione (arousal) delle nostre emozioni.

    Ciò che si verifica è una dissociazione delle aree celebrali che di norma lavorano in sinergia tra loro, garantendo la funzione di autoregolazione sul nostro sistema di allarme nelle nostre esperienze, come è avvenuto con il cagnolino. In pratica, il nostro sistema smette di funzionare come dovrebbe. Da questo momento in poi ogni sua attivazione non sarà vissuta più come prima, ma in modo del tutto intollerabile e stressante.

    E’ possibile che, in un cervello ancora non del tutto sviluppato come quello di un bambino, siano sufficienti anche eventi meno traumatici, come ad esempio il maltrattamento o la trascuratezza, per causare lo stesso risultato attraverso alterazioni fisiologiche che si ripercuoteranno sul normale sviluppo.

    Disturbo post traumatico da stress: quali sono i sintomi?

    B. Van Der Kolk descrive così il vissuto del soggetto traumatizzato: “Non si deve per forza avere una storia traumatica per sentirsi consapevolmente impauriti ad una festa con sconosciuti, ma il trauma ha il potere di trasformare il mondo intero in un raduno di alieni”. (“Il Corpo accusa il col-po” 2015)

    La perdita della capacità di regolare i vissuti emotivi è uno dei sintomi più evidenti di un trauma. A proposito, il DSM 5 propone un’accurata definizione di tutti i sintomi che, se rilevati in seguito ad un evento traumatico e presenti da più di un mese, consentono di fare diagnosi di DSPD:

    • Ricorrenti, involontari, intrusivi e spiacevoli ricordi dell’evento/i traumatico/i
    • Ricorrenti sogni spiacevoli in cui il contenuto e/o le emozioni del sogno sono collegati all’evento/i traumatico/i
    • Reazioni dissociative (per es., flashback), in cui il soggetto sente o agisce come se l’evento/i traumatico/i si stesse ripresentando. (Tali reazioni possono verificarsi lungo un continuum, in cui l’espressione estrema è la completa perdita di consapevolezza dell’ambiente circostante)
    • Intensa o prolungata sofferenza psicologica all’esposizione a fattori scatenanti interni o esterni che simboleggiano o assomigliano a qualche aspetto dell’evento/i traumatico/i
    • Marcate reazioni fisiologiche a fattori scatenanti interni o esterni che simboleggiano o assomigliano a qualche aspetto dell’evento/i traumatico/i.

    Tipico del soggetto traumatizzato sarà la sua condotta volta ad evitare ogni stimolo possibile associato all’evento, sia sotto forma di pensiero sia di sentimenti relativi ad esso. Le strategie messe in atto per garantire l’evitamento rischiano di essere tra le più disparate, dal sottrarsi dalle situazioni sociali all’abuso di sostanze.

    Infatti, i soggetti traumatizzati tendono, oltre a rimanere in uno stato perenne di “ipervigilanza”, anche all’isolamento sociale, privandosi del prezioso conforto che invece potrebbe essere dato loro da una relazione rassicurante.

    Può avvenire, in alcuni casi, che alcuni soggetti traggano conforto dalla presenza di altre specie di mammiferi (cani, gatti ecc.), poiché in cerca di una “compagnia meno complicata”. Il trauma, quando non porta ad uno stato di eccessiva vigilanza, può portare altresì a stati di dissociazione in cui ciò che viene compromessa è la possibilità del soggetto di aver una visione unitaria di sé. La dissociazione può colpire diversi aspetti della persona, dalla sua memoria episodica fino ad interi aspetti legati alla propria identità.

    Esiste un test per la diagnosi del Disturbo post traumatico da stress?

    In clinica esistono diversi strumenti diagnostici in grado di diagnosticare un disturbo post traumatico da stress. Tra i più utilizzati sia in ambito clinico che di ricerca troviamo:

    • DIS (Diagnostic Interview Schedule, Robin e Helzer, 1985)
    • SI-PTSD – Structured Interview for PTSD (Davidson, 1989)
    • CAPS – Clinician-Administered PTSD Scale (Blake et al.,1990)
    • TOP-8 – Eight-item Treatment-Outcome Post-Traumatic Stress Disorder (Davidsone Colket, 1997)
    • Short Screening Scale for DSM-IV PTSD
    • IES – Impact of Event Scale (Horowitz et al., 1979)
    • MSS – Mississippi Scale (Keane et al., 1988)
    • Purdue Post-traumatic Stress Scale
    • SIP – Self-rating Inventory for Post-traumatic Stress Disorder (Hovens et al., 1994)
    • PDEQ – Peritraumatic Dissociation Experiences Questionnaire (Foa et al., 1993)
    • PDS – Post-traumatic Stress Diagnostic Scale (Foa, 1995)
    • DTS – Davidson Trauma Scale (Davidson et al., 1997)

    Come si cura il Disturbo post traumatico da stress?

    Quando si parla di cura del Disturbo post traumatico da stress è importante sottolineare un concetto fondamentale: ciò che è successo non può essere cancellato, ma si può aiutare corpo, mente e anima a riaprirsi alla vita, riprendendo possesso delle sensazioni senza più essere sopraffatti da esse.

    Per ottenere ciò, è necessario ripercorrere il trauma.

    Il DPTS è animato da un vissuto intenso del nostro “cervello emotivo” sotto forma di emozioni percepite e vissute intensamente; tuttavia, l’altra parte, il “cervello razionale”, gioca un ruolo ben de-finito nel cercare di dare un senso a tali esperienze interne. Quest’ultimo è importante che sia ben funzionante e consapevole del proprio vissuto, al fine di essere in grado di gestire ed impedire che vengano messe in atto reazioni intense e disfunzionali che contribuirebbero all’aggravamento del disturbo. Tra queste, potrebbero manifestarsi un comportamento aggressivo, ripetuti evitamenti – che favorirebbero la riduzione delle relazioni sociali -, una condotta di dipendenza con lo scopo di “anestetizzare” quelle sensazioni su cui non si percepisce il controllo (senza avere mai la possibilità di rielaborarle).

    Per questo aspetto del trattamento è possibile considerare quelle che oggi definiamo le “talking therapy”. Di queste, tra le più accreditate, in grado di vantare studi di efficacia riconosciuti in letteratura, risulta esservi senz’altro il trattamento cognitivo comportamentale (CBT). Sappiamo, però, che nel trattamento del DPTS, un intervento orientato sulla parte razionale del soggetto non è sufficiente, in quanto è opportuno che un giusto trattamento miri anche a ripristinare un equilibrio tra la parte emotiva e quella razionale del soggetto sofferente. Insomma non è possibile guarire dal trauma finché la mente non familiarizza con il corpo!

    Uno degli ostacoli maggiori in questo percorso è dato dalla difficoltà dei soggetti traumatizzati di “vivere con le proprie emozioni”. Oggi questa problematica tende ad essere affrontata con un intervento farmacologico che, se utilizzato isolatamente, ha il solo scopo di alleviare l’intensità di un sintomo, senza nessuna reale riparazione.

    Ciò che invece rende spesso più funzionale l’intervento è il ripristino dei meccanismi di funzionamento sociale di una persona. La stessa terapia cognitivo comportamentale ha sviluppato negli ultimi anni un’evoluzione delle sue teorie e delle sue modalità di intervento, approdando a quelle che oggi definiamo “terapie di terza ondata”. Lo scopo delle continue ricerche consiste proprio nel cercare di integrare l’intervento orientato su i processi legati alle funzioni alte del cervello (definiti “top down”) a funzionamenti legati alla corporeità (definiti “bottom up”).

    Questo avviene in prima istanza in un setting di psicoterapia, attraverso la strutturazione di una buona alleanza terapeutica, con lo scopo di riabituare il soggetto a tollerare la sensazione di contatto umano ed in seguito a beneficiarne, per poi giungere allo step finale in cui sarà possibile riprendere contatto con se stesso e le proprie sensazioni. Le tecniche più utilizzate per tali scopi sono le tecniche di imagery: la mindfulness, la terapia sensomotoria e l’EMDR.

    Riassumendo, quindi, è possibile sintetizzare così il trattamento del DPTS integrato:

    • Top down, per parlare, comprendere i propri funzionamenti e ristabilire delle relazioni/connessioni con gli altri
    • Il controllo e la gestione delle reazioni d’allarme inappropriate, che avviene attraverso la farmacologia e le tecniche più recenti di neurofeedback
    • Botton up, al fine di guidare esperienze corporee e sviluppare una migliore capacità di gestione e tolleranza delle sensazioni provate

    A RISPONDERE ALLE DOMANDE:

    Dr. Omar Bellanova

    Psicologo psicoterapeuta cognitivo