Depressione: troppe donne temono gli psicofarmaci

Depressione: troppe donne temono gli psicofarmaci

A questo punto è interessante notare il rapporto esistente fra le donne intervistate ed i farmaci utilizzati per sconfiggere la depressione e qui notiamo che a fronte di una certa fiducia da parte delle donne, pari al 60% di coloro che ritengono utili gli psicofarmaci, balza all’occhio l’esigua minoranza di chi ritiene tali molecole farmacologiche davvero indispensabili

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    C’è ancora molta, ma meglio sarebbe dire, troppa diffidenza da parte delle donne nei confronti degli psicofarmaci utilizzati per curare le diverse forme depressive, non tanto nei confronti di queste molecole utilizzate per curare la depressione, semmai per via del fatto di ritenere, almeno dando corso al sondaggio effettuato, che la depressione è una malattia insidiosa, per alcuni pure incurabile, al punto da temerla più del cancro al seno.

    E’ questo il risultato che è emerso da un sondaggio effettuato dall’ONDA, ovvero, l’Osservatorio nazionale sulla Salute della Donna che ha posto in luce il parere delle donne che si sono espresse nei confronti della depressione, una patologia ritenuta quasi incurabile per almeno 3 intervistate su dieci, mentre di sei su dieci è il rapporto esistente fra coloro che la temono in maniera fin’anche eccessiva e quelli che invece la inseriscono nel quadro di una patologia più o meno come tutte le altre.

    A questo punto è interessante notare il rapporto esistente fra le donne intervistate ed i farmaci utilizzati per sconfiggere la depressione e qui notiamo che a fronte di una certa fiducia da parte delle donne, pari al 60% di coloro che ritengono utili gli psicofarmaci, balza all’occhio l’esigua minoranza di chi ritiene tali molecole farmacologiche davvero indispensabili, quasi il 16%, mentre 36 donne su cento ritiene che è solo il ricorso alla psicoterapeuta a poter guarire dalla malattia. A stigmatizzare questa tendenza sono proprio le donne che hanno avuto in qualche modo a che fare con la patologia, quest’ultime annettono alle medicine un più basso risultato.

    Dunque uno spaccato di pazienti che non riconoscono gli sforzi fatti dalla scienza per sconfiggere le malattie come la depressione, che non annette molto significato a quei farmaci che per qualcuno hanno significato affrancarsi per lungo tempo, in qualche caso per sempre, dalla depressione, insomma uno spaccato d’Italia inquietante che forse dovrebbe mettere in forse l’azione di quanti avrebbero dovuto gestire la comunicazione in maniera da raggiungere chi, pur essendo preda, o addirittura coinvolto nelle malattie mentali, quale di fatto è la depressione, non ricerca nelle cure farmacologiche la soluzione ma si affida a modelli esistenti mezzo secolo fa. Ciò in quanto non si vuole destituire di nessuna importanza l’apporto psicoterapeutico, anzi, ma è impossibile parlare di cura se si esclude a priori quella farmacologica.

    Eppure quasi più di 40 donne su cento sanno cosa mai sia la depressione, ne riconoscono i sintomi e ricorrono al medico di famiglia almeno nel 30% dei casi, seguito dal dialogo coi familiari nel 23% dei casi, dallo psicologo, nel 15% degli eventi e, fanalino di coda, come si vede, resta sempre lo psichiatra, appena il 13% delle pazienti vi ricorre.

    «La ricerca – spiega Giuseppe Pellegrini, docente di Metodologia della ricerca sociale all’Università di Padova – evidenzia subito un problema proprio nella gestione della malattia.

    Le donne prediligono il contatto umano e la cura psicologica, dimostrando maggiore sfiducia nei confronti dei farmaci attuali», osserva. «L’indagine – precisa Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di Neuroscienze dell’ospedale Fatebenefratelli Oftalmico Melloni di Milano – mette in luce i bisogni insoddisfatti nelle cure per le donne. E questo è sicuramente il risultato di una non ancora corretta informazione sulle dosi e, soprattutto, sulla durata delle terapie. Molte ricadute e insuccessi, che portano alla sfiducia nei farmaci, sono dovute proprio ai trattamenti inadeguati prescritti dal medico. E’ opportuno rivolgersi a centri specializzati in questo ambito così delicato».

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