Depressione post partum: nuovi trattamenti terapeutici

Tutt'altro che rara la depressione post partum, una condizione clinica patologica che riguarda otto donne su dieci che han dato alla luce un figlio; ma i sistemi terapeutici adesso per intervenire ci sono eccome!

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    Depressione post partum

    Torniamo a parlare di depressione post partum, quella condizione clinica patologica che colpisce qualcosa come una donna su otto che han dato alla luce un bambino e lo facciamo per arricchire di informazioni quella che oggi a pieno titolo viene considerata una vera e propria patologia di natura per lo più organica e non più un fenomeno come un altro da trattare con colpevole aria di sufficienza, certi che, prima o poi, il disagio andrà via così come è giunto.

    Depressione post partum: non sempre si risolve in qualche settimana

    Intanto c’è da dire che, a differenza di quanto si creda, la depressione da parto non è una condizione che si palesa nei primi giorni dopo il parto e per uno spazio temporale di qualche settimana o poco oltre; in molti casi, invece, le donne affette da questa condizione possono soffrire del problema per mesi, anche un anno e oltre; si evince solo da questo dato che l’intervento tempestivo diagnostico del medico risulta quanto mai prezioso al fine di migliorare la qualità della vita di mamma e bambino, oltre di chi circonda col proprio affetto la donna depressa.

    Eppure, due recenti studi che hanno trovato spazio nella rivista scientifica BMJ rivelano in tutta la loro drammaticità l’evidenza secondo la quale ancora adesso per molti la depressione post partum è vista come un capriccio della donna, oppure una fisima della quale la paziente dovrà liberarsi velocemente e, possibilmente da sola, essendo richiesto a lei il difficile compito di crescere il proprio figlio in una fase tanto importante della sua vita, compito questo dal quale non è possibile distrarre attenzioni neanche con una malattia reputata per molto tempo su base non organica.

    Non solo farmaci

    Resta il fatto di capire quale trattamento riservare a questo particolare gruppo di pazienti che va sicuramente trattato pur se con metodiche diversificate da caso a caso in base alle esigenze individuali. L’apporto terapeutico con il ricorso ai farmaci resterebbe sempre il più indicato, ma proprio perché riservato a pazienti che per lo più allattano tale approccio alla malattia non sempre è attuabile, essendo difficoltosa la somministrazione di farmaci antidepressivi che tendono a migrare nel latte materno influendo anche sulla salute del neonato. Questo fatto limiterebbe, anche secondo lo studio appena citato, tale approccio terapeutico che, oltretutto viene molto spesso osteggiato dalle stesse pazienti in virtù del fatto che in quel particolare momento della loro vita cercano nel possibile di ridurre in maniera estrema l’assunzione di farmaci. Dunque trattamenti farmacologici terapeutici verrebbero limitati a quelle donne le cui condizioni cliniche sono talmente compromesse da dover privilegiare le cure anche le più energiche, quali quelle rappresentate dai farmaci antidepressivi.

    Due nuovi trattamenti non farmacologici

    Per tutti gli altri casi, parrebbe che un gran beneficio si stia ottenendo con quegli approcci non di natura farmacologica che va sotto il nome di counselling, il primo e che si avvale dell’apporto professionale di operatori specializzati che svolgono la loro opera al domicilio del paziente. A questo trattamento se ne aggiungerebbe anche un altro che mira a mettere in contatto telefonico sempre più donne afflitte dal problema, con la convinzione che tanto più seguito e diffuso il problema sarà e, soprattutto condiviso, quanto più rapida sarà la guarigione.

    Gli studi pubblicati fin’adesso, di chiara matrice anglosassone, avrebbero evidenziato nell’approccio counselling un buon livello di successo laddove è stato possibile osservare il beneficio che traevano le pazienti dalla visita di operatori sanitari ben formati professionalmente che per un periodo quantificato, approssimativamente in circa due mesi dal parto raggiungevano casa delle neo mamme e che per circa un’ora a seduta sottoponevano le stesse a trattamenti cognitivo-comportamentali della durata di circa un’ora alla settimana. Secondo i risultati emersi si è visto che tale approccio clinico alla malattia avrebbe sortito l’ effetto sperato e auspicato dagli stessi operatori, con un livello di successo quasi sovrapponibile a quello riscontrato con l’apporto di sostanze chimiche quali appunto i farmaci.

    L’altro studio, che è stato chiamato “ da madre a madre “ e che consisterebbe nel mettere in contatto fra di loro donne che hanno vissuto o che stiano vivendo la depressione post-partum,è visto soprattutto a scopo preventivo laddove si sospetti una positività per la malattia ancor prima del suo conclamarsi. L’approccio ” da madre a madre ” si è dimostrato fruttuoso in quanto una valida soluzione dimostrata del problema, avendo anche evidenziato un altro aspetto positivo di tale trattamento, ovvero, il contrasto alla solitudine dell’ammalato, condizione quest’ultima che va ad aggravare la depressione laddove questa diventi una costante all’interno della quale vivano il disagio le donne affette dalla patologia, soprattutto mamme per la prima volta che non hanno modo di confidarsi pressocchè con nessuno, o che restano isolate socialmente pur non vedendo, spesso l’ora, di poter parlare e confidarsi con qualcuno.

    La depressione post partum, questa sconosciuta!

    Tutto facile dunque? No, tutt’altro, la depressione post partum resta sempre un capitolo di difficile approccio a causa della ritrosia di molte donne a non voler interpretare i segni del disagio o peggio, non riuscire a trasferire ad altri il loro malessere per paura di essere ritenute inadeguate al nuovo ruolo da svolgere all’interno del costituito nucleo familiare, per non parlare dell’atteggiamento sbagliato di quelle che ritengono una sorta di fatto ineluttabile vivere una tale così pesante condizione clinica destinata, a loro parere, a passare da sola senza bisogno di alcun aiuto dall’esterno.

    Eppure, come visto, i mezzi per uscire dal problema esistono se si parte dalla consapevolezza che di depressione post partum si guarisce e più se se ne parla menglio è, soprattutto ciò dovrà essere fatto proprio da chi vi soffra; poi la scelta del metodo da usare sarà una valutazione affidata a medici, psicologi e operatori sanitari dislocati qua e là a seconda delle esigenze personali del singolo paziente.