Depressione: dubbi sui farmaci utilizzati nelle forme lievi

Lo studio in questione rischia però di mandare in confusione l’ambiente medico; ad esempio, ci si chiede, ma come si fa a stabilire sulla base dei sintomi del paziente, il grado di depressione di cui è affetto e ancora, stante il fatto che lo studio si limita al giudizio di due principi attivi, quali la paroxetina e l’imipramina

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    Quando si parla di depressione più volte s’è sostenuta la necessità di intervenire soprattutto con i farmaci e poi con tutto il resto alla luce delle conoscenze consolidate che fanno si che tale malattia mentale scaturisca da tutta una serie di squilibri che avvengono ad opera di due neurotrasmettitori capaci di tornare in ordine solo quando su di essi intervengono apposite molecole farmacologiche.

    Resta tuttavia un’eccezione in questa metodica terapeutica, ovvero, le forme lievi che non trarrebbero benefici dall’attuale farmacologia.

    Dunque sarebbe importante capire la forbice che separa le depressioni lievi con quelle impegnative, visto che secondo uno studio recente, mentre nelle forme più complesse i farmaci sortiscono al meglio il loro effetto terapeutico, nelle forme lievi s’è visto che i tradizionali farmaci utilizzati per le terapie non hanno nessun significativo effetto rispetto ai placebo utilizzati.

    Lo studio in questione rischia però di mandare in confusione l’ambiente medico; ad esempio, ci si chiede, ma come si fa a stabilire sulla base dei sintomi del paziente, il grado di depressione di cui è affetto e ancora, stante il fatto che lo studio si limita al giudizio di due principi attivi, quali la paroxetina e l’imipramina, mentre sappiamo che nelle depressioni sono utilizzate altre molecole, possiamo ancora dire che nelle depressioni minori in assoluto non aiuta la terapia farmacologica o sarebbe meglio dire che, sulla base delle attuali conoscenze, in tali forme, non agiscono al meglio le due molecole appena citate.

    E così, a detta proprio degli psichiatri, nessuno di propria iniziativa deve assolvere o meno una terapia in base alla propria valutazione che ha fatto della patologia perché, anche le forme ritenute lievi, non è detto che non possano cronicizzarsi o aggravarsi e poi, nuovi e più potenti antidepressivi avrebbero potuto anche produrre un risultato diverso, ha spiegato David Hellerstein, psichiatra presso il New York State Psychiatric Institute di New York, specializzato nel trattamento della depressione cronica e dunque, le persone in cura con antidepressivi non devono sospenderne l’assunzione sulla base di questi nuovi risultati, ma rivolgersi al medico per ogni eventuale modifica nella terapia.

    Lo studio, una nuova analisi dei dati provenienti da studi clinici condotti in precedenza, è stato guidato da Jay Fournier presso l’Università della Pennsylvania ed è stato pubblicato sul numero del 6 gennaio del Journal of the American Medical Association.