Come si trasmette l’HIV: prevenzione dall’AIDS

Come si trasmette l’HIV: prevenzione dall’AIDS
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    Come si trasmette l’HIV e qual è la prevenzione dall’AIDS? Il virus da immunodeficienza umana (HIV) è il responsabile della sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS). Esso, infatti, danneggia e attacca gradualmente il sistema immunitario e i linfonodi del corpo umano fino a rendere l’organismo totalmente indifeso contro le aggressioni esterne. Attualmente non esiste un vaccino e non sono disponibili farmaci o terapie risolutive. Fondamentale, quindi, è una corretta prevenzione per evitare un possibile contagio.

    Il virus dell’HIV si trasmette attraverso il contatto diretto con il sangue, il latte materno o i liquidi corporali (sperma o secrezioni vaginali) di una persona infetta. Le principali forme di contagio avvengono attraverso lo scambio di aghi non sterili o avendo rapporti sessuali non protetti dall’uso del preservativo con soggetti affetti dal virus.

    Anche i neonati, inoltre, possono contrarre l’HIV da madri infette e sieropositive durante la gravidanza, il parto o l’allattamento. In tutti i Paesi europei, pertanto, le trasfusioni, i trapianti di organi e le pratiche di inseminazione artificiale sono sottoposti a severi controlli medici per escludere la presenza del virus a tutela del ricevente.

    La trasmissione sessuale è la modalità di infezione più diffusa. In particolare possono essere considerati comportamenti a rischio i rapporti penetrativi sia vaginali che anali. Sono a rischio anche i rapporti oro-genitali: questi ultimi comportano un pericolo soltanto per la persona che, utilizzando la bocca, stimoli i genitali del partner. Proprio per questo, per non correre rischi di contagio, occorre osservare alcune regole precise: nei rapporti sessuali penetrativi bisogna utilizzare sempre il preservativo. Esso dovrebbe essere usato anche nella stimolazione orale del pene, evitando di ricevere sperma in bocca.

    Inoltre nel praticare la stimolazione orale dei genitali femminili si dovrebbe evitare il contatto con il sangue mestruale. Le pratiche sessuali che si possono considerare sicure sono le fantasie, compreso il sesso telefonico e quello virtuale, la masturbazione anche reciproca e il contatto sessuale senza penetrazione.

    Possono essere considerate delle pratiche sicure anche baciarsi senza scambiarsi la lingua e utilizzare oggetti per il piacere, senza scambiarli. Pratiche molto rischiose sono anche quelle che consistono nell’infilare le dita nell’ano, senza utilizzare protezioni come un guanto o ditali di gomma. Possono essere pericolosi anche i rapporti anali o vaginali traumatici con presenza di sangue.

    Chi assume droghe per iniezione corre un rischio molto alto di contrarre il virus dell’HIV attraverso lo scambio di siringhe ed aghi infetti, pratica che può essere diffusa in alcuni ambienti e che provoca numerosi contagi. Il fattore di rischio è molto alto e riguarda anche l’uso comune di rasoi, strumenti chirurgiche e apparecchiature per effettuare piercing o tatuaggi, che accidentalmente sono entrati in contatto con sangue infetto e non sono stati sterilizzati.

    La trasmissione dell’HIV non avviene con tosse o starnuti, né attraverso un bacio senza lingua, le lacrime o il sudore. Il contagio, infatti, non è legato all’utilizzo di spazi, indumenti o biancheria comune. Non costituiscono pericolo di contagio nemmeno le secrezioni nasali né il vomito, purché non siano contaminati da sangue. Non sono a rischio la vita in famiglia, le strette di mano, la preparazione di cibi, l’uso di bagni pubblici, di piscine e di saune e le punture di zanzare.

    Dal momento che non esistono ancora vaccini o cure definitive per l’HIV e l’AIDS, la prevenzione è l’unico strumento fondamentale per evitare la diffusione del virus. Tutte le procedure e le pratiche che possono determinare fuoriuscita di sangue, pertanto, devono essere considerate come potenzialmente rischiose per l’esposizione all’HIV.

    E’ fondamentale utilizzare (o richiedere) aghi sterili e monouso per interventi estetici o curativi anche minimi. Non a caso, il Ministero della Salute ha emanato e diffuso direttive specifiche che indicano le norme igienico-sanitarie che devono essere seguite scrupolosamente dai professionisti del settore. Durante i rapporti sessuali è fondamentale utilizzare correttamente il preservativo: anche un singolo rapporto non protetto, infatti, può essere fonte di contagio.

    Dal contagio, prima che una persona diventi sieropositiva, passano alcune settimane, che rientrano in quello che viene denominato “periodo finestra”. Si possono avere sintomi lievi dell’HIV, come febbre, malessere, mal di testa, diarrea, ingrossamento dei linfonodi, la presenza di macchioline pallide sulla pelle.

    Dopo tutto ciò, le persone sieropositive possono restare anche per molti anni prive di sintomi. Rimangono portatrici del virus dell’HIV e possono trasmetterlo. Ad un certo punto compaiono altre manifestazioni sintomatologiche, come inspiegabile perdita di peso, eccessiva stanchezza, diarrea, ghiandole ingrossate, febbre che non passa e infezioni persistenti a livello vaginale.

    Quando l’organismo viene a contatto con il virus dell’HIV, cerca di difendersi, stimolando la produzione di anticorpi, con l’obiettivo di eliminare il virus. Questi anticorpi, però, non riescono ad ucciderlo. Costituiscono una spia della malattia, perché possono essere individuati nel sangue attraverso esami di laboratorio e indicano che l’infezione è attiva.

    Con il tempo la capacità di difendersi scende sotto una certa soglia e compaiono delle infezioni secondarie. Inoltre i soggetti malati possono incorrere nello sviluppo di alcuni tumori. E’ questo lo stadio in cui si sviluppa l’AIDS conclamata.

    Esiste uno specifico test che consente di diagnosticare l’HIV o di escludere l’infezione. Il test può essere effettuato gratuitamente presso le Unità Operative AIDS delle Asl o presso i centri e i reparti di malattie infettive. Anche se le modalità di accesso possono cambiare da struttura a struttura, in genere non è richiesta l’impegnativa del medico ed è sufficiente presentarsi sul posto.

    Il test più comunemente usato viene chiamato ELISA: consiste nel cercare nel sangue la presenza di anticorpi anti-HIV, che si sviluppano se la persona ha contratto il virus. Il risultato del test viene considerato positivo, se si rilevano questi anticorpi. Il periodo che l’organismo impiega a sviluppare gli anticorpi può essere variabile e va da qualche settimana fino a 3 mesi.

    In questo periodo il soggetto potrebbe anche risultare negativo al test, ma questo non esclude che possa aver contratto il virus e che, quindi, abbia la possibilità di trasmetterlo ad altri. L’esito del test può essere considerato definitivo, se sono trascorsi 3 mesi dall’ultimo comportamento a rischio. Esistono anche altri test combinati, che hanno l’obiettivo di rilevare, oltre agli anticorpi, anche la proteina del virus. Sono però meno diffusi rispetto al test ELISA.

    La ricerca scientifica non è arrivata a mettere a punto vaccini o cure risolutive. Esiste, però, una terapia che implica l’uso di vari farmaci e che ha l’obiettivo di tenere sotto controllo l’infezione e di migliorare la qualità della vita dei pazienti. Il virus comunque continua a rimanere nell’organismo, quindi permane il rischio di trasmetterlo attraverso rapporti sessuali non protetti o in seguito ad altre modalità di trasmissione.

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