Come e perché lasciare andare quello che ci fa male

Come e perché lasciare andare quello che ci fa male

Scopriamo le motivazioni più remote della nostra vocazione alla sofferenza

da in Pazienti.it: l'esperto risponde, Psicologia
Ultimo aggiornamento:

    Come e perché lasciare andare quello che ci fa male

    Se qualcosa (qualcuno) ci causa sofferenza, è bene lasciarlo andare: parola di specialista. Abbiamo intervistato il dr. Roberto Vignati, psicoterapeuta, che ci consiglia come fare.

    Per quali strani percorsi mentali o emotivi continuiamo a farci del male? E per quale motivo persistiamo anche di fronte alle evidenze negative di determinate situazioni sociali, o di legami affettivi ambigui che ci procurano solo dolore?

    Pur accettandoci e instaurando un buon rapporto con noi stessi, o vivendo la reciprocità di un amore, siamo capaci lo stesso di creare l’inferno nella nostra vita interiore, spingendoci a negare ogni sembianza di felicità.

    Il funzionamento di alcuni dei meccanismi mentali studiati in psicologia sono in grado di spiegare adeguatamente le motivazioni più remote della nostra vocazione alla sofferenza. Come quando, ad esempio, ci pieghiamo a forme di masochismo che si celano dietro a comportamenti relazionali inadeguati, di estrema dipendenza e passività.

    In tal modo, ci sottoponiamo senza alcuna reazione a ferite e umiliazioni che ci procura l’altro, specialmente in campo sessuale (una condotta da interpretare come parafilia), o nella vita relazionale, emotiva e lavorativa (una forma di masochismo morale, descritta da Sigmund Freud nel 1924, o come masochismo sociale, definita da Willhelm Reich nel 1941).

    Il senso profondo d’inferiorità, d’impotenza, di lacerante frustrazione, che accompagnano la perdita del rispetto di sé, possono impedire ogni accenno di reazione e, infine, deprivare del coraggio e spingere al sacrificio completo della libertà e della gioia di amare.

    Qualcosa del genere accade nel film di Liliana Cavani Il portiere di notte (1974), dove una giovane donna ebrea, ex deportata, incontra casualmente in un albergo il vecchio gerarca nazista, già addetto ai campi di sterminio, che l’aveva iniziata alla vita sessuale, diventandone la vittima preferita. Il passato ritorna sull’onda dei ricordi degli orrori e delle abiezioni sessuali vissute nel lager, ma l’angoscia di quanto accaduto non spegne la torbida passione tra la vittima e il carnefice, anzi la riaccende, riproponendone la complicità e l’inganno.

    L’eros si presenta a tale culmine come l’unica via d’uscita dal male, un modo paradossale per espiare e sublimare le pulsioni più segrete, quel terrore e quella vergogna scatenate dai crimini del nazismo (nel mio libro recente “Lo sguardo sulla persona”, richiamo numerosi episodi e testimonianze di quel periodo storico drammatico).

    La scelta di arrendersi e di lasciarsi andare di fronte alle pressioni e alle responsabilità sociali può anche costituirsi, inconsapevolmente, quale dimostrazione di resistenza e di sopportazione del dolore, fino all’estremo limite, mettendo alla prova dei fatti la capacità di mantenere la fiducia in se stessi e l’autostima.

    Lo stress, il disagio e le altre forme di logoramento conflittuale provocate dal contesto relazionale e sociale/ambientale, che interferiscono sovente con i delicati meccanismi biologici di crescita e di sviluppo emotivo, sono sempre presenti e in agguato per tutti.

    Nel nostro fare esperienza, sono quindi le condizioni psicofisiche in cui versiamo, lo stato mentale e affettivo, e in particolare le emozioni, unite alla nostra sensibilità e capacità autoriflessiva, che possono segnalarci la dimensione e la qualità del nostro stato di benessere, o viceversa quando questo viene meno, del permanere del malessere.

    Ogni età e ogni fase della crescita ci consente di disporre di risorse per contrastare adeguatamente i fenomeni di malessere o disagio a cui tutti gli esseri viventi sono esposti. Il senso di autoefficacia, secondo Albert Bandura (1997), esercita importanti effetti positivi sulla salute, sia per fronteggiare gli eventi stressanti e sia per modificare opportunamente i comportamenti a rischio.

    Anche l’adozione di uno stile improntato nel senso dell’ottimismo, può consentirci di realizzare il benessere, mettendo in campo strategie efficaci per resistere allo stress e gestire le malattie.

    L’hardiness (Suzanne Kobasa, 1979), ossia la capacità di resistenza alle avversità stressanti, riguarda alcuni stili di personalità, come ad esempio l’impegno, nella costante convinzione che la vita sia interessante e valga la pena di viverla; il controllo, ossia la credenza di poter dirigere e influenzare gli eventi; la sfida, un approccio esistenziale basato sulla scoperta continua e sull’avventura.

    In ultima analisi, per trovare la forza di rinunciare e allontanare ciò che ci procura difficoltà, è opportuno coltivare un buon concetto di sé e una visione serena del mondo; dotarsi di prospettive positive per il futuro, facendo tesoro delle esperienze passate; affrontare con passione e coraggio le esperienze nuove ma anche gli imprevisti; provvedere a rinforzare il senso dell’umorismo e dell’autoironia (come quella che spinge Woody Allen a replicare “Non è che ho paura di morire. Solo che non voglio esserci quando accadrà”).

    Nessun uomo ricerca, almeno consapevolmente, situazioni di sofferenza e patimento, ma a quali fattori dobbiamo rivolgerci per focalizzare questa mancata protezione di sé, questo accanimento prolungato nel rifiutare di volersi bene e accettarsi per come si è?

    In realtà, la considerazione positiva di sé è uno dei fattori essenziali di uno sviluppo psicologico “sano” e di una personalità integrale, in grado di realizzare tutte le proprie potenzialità e aspirazioni. In una prospettiva sistemica, la salute può considerarsi come la risultante di molteplici fattori biologici, psicologici e sociali che interagiscono fra loro (Ricci Bitti, 2013).

    In altri termini, la salute rappresenta la misura in cui siamo in grado di realizzare aspirazioni, soddisfare bisogni e tentare di modificare in modo efficace l’ambiente. Nella ricerca assidua di mantenere il nostro equilibrio psicofisico e di allontanare le possibili fonti di sofferenza, la condizione di salute diventa pertanto una risorsa da perseguire nella vita quotidiana.

    Gli studiosi della Psicologia Umanistica (tra i quali Abraham H. Maslow che nel 1954 ha proposto una scala o piramide dei bisogni), identificano cinque componenti fondamentali che interagendo rinforzano il ben-essere: il soddisfacimento dei bisogni materiali primari (fisiologici e di sicurezza), la salute, le buone relazioni sociali, la sicurezza e la libertà di scelta.

    A questi comportamenti, che implicano possibilità di acquisire maggiori condizioni di salute ed energia, si perviene attraverso l’empatia e l’attenzione prestata agli stati d’animo degli altri e a se stessi, la regolazione consapevole delle emozioni (specialmente quelle distruttive, come la rabbia e la paura) e l’intervento per cambiare le relazioni interpersonali che procurano, direttamente o indirettamente, inquietudine, disagio psichico e insoddisfazione.

    Almeno, se non si possono cambiare del tutto i fattori nocivi, fare in modo di poterli accettare con serenità e pazienza (in tal senso, San Francesco d’Assisi riusciva ad accettare persino sorella morte).

    A RISPONDERE ALLE DOMANDE:
    Dr. Roberto Vignati
    Psicoterapeuta

    1217

    SCRITTO DA PUBBLICATO IN Pazienti.it: l'esperto rispondePsicologia
     
     
     
     
     
    PIÙ POPOLARI