Come comportarsi con un malato di Alzheimer: consigli per la famiglia

Scopriamo come aiutare una persona colpita dal morbo di Alzheimer in modo che possa continuare il più possibile a rimanere indipendente

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    Come comportarsi con un malato di Alzheimer

    Quando si parla di Alzheimer, ahimè, l’argomento si fa sempre molto delicato. Le persone vicine a un paziente colpito da demenza, infatti, soffrono e non sempre sanno come affrontare al meglio questa condizione. Abbiamo chiesto al dr. Carlo Pizzoni, specialista in neurologia, di darci qualche consiglio utile in questi casi.

    Alzheimer: quali sono i sintomi precoci da poter riconoscere?

    La malattia di Alzheimer rappresenta una delle forme più frequenti di demenza.

    È una patologia in forte incremento, sia a causa dell’allungamento della vita media, sia per l’aumento dell’inquinamento ambientale. Si parla di “epidemia silente”.

    I sintomi precoci sono rappresentati da una perdita di memoria per gli eventi recenti, mentre rimangono i ricordi per gli eventi passati, anche molto remoti. Le difficoltà mnesiche si ripercuotono sull’attività lavorativa e sulle normali attività quotidiane (ad esempio il paziente può dimenticare il gas della cucina acceso, può riporre oggetti in luoghi inusuali etc.).

    Possono insorgere difficoltà di attenzione e concentrazione, problemi di linguaggio, ad esempio sostituzione di parole con altre di significato analogo (parafasie); difficoltà nel riconoscere i numeri o fare calcoli anche semplici.

    Generalmente il paziente presenta uno stato confusionale, con disorientamento temporale (non ricorda il giorno della settimana etc.) e spaziale (non ricorda dove si trova), si arriva a una diminuzione della capacità di giudizio. Il paziente perde progressivamente l’interesse per le proprie attività domestiche, lavorative e sociali; vi sono alterazioni del tono dell’umore fino a veri e propri cambiamenti di personalità.

    Quando questi sintomi vengono notati dai familiari, bisogna rivolgersi al proprio medico di base, che in caso di forte probabilità di malattia di Alzheimer, invierà il paziente presso il centro U.V.A. (unità valutativa Alzheimer) di riferimento.

    Il centro U.V.A. provvederà a diagnosticare e valutare la gravità della malattia, a stabilire la terapia appropriata, ad assicurare l’erogazione di farmaci e servizi dedicati, ad attivare iniziative per il sostegno alle famiglie che si prendono cura del paziente (caregivers).

    Quali sono gli esercizi consigliati in caso di Alzheimer?

    Data la natura progressiva e irreversibile della malattia di Alzheimer e l’effetto limitato nel tempo della terapia farmacologica (che attualmente riesce a rallentarne i sintomi per circa un anno), un numero sempre maggiore di studi sta indagando l’efficacia della stimolazione cognitiva nel migliorare e rallentare l’andamento progressivo della malattia.

    Nel cervello esiste una plasticità neuronale, per cui l’apprendimento di una determinata attività si associa a modificazioni anatomiche delle aree corticali coinvolte nell’attività stessa.

    Grazie alla plasticità neuronale, vi è la possibilità di compensare determinati deficit in alcune aree cerebrali compromesse (ad esempio da un ictus), attraverso una riorganizzazione dell’area coinvolta. Questa riorganizzazione si attua attraverso un aumento delle dimensioni delle reti neuronali, cioè con la creazione di un maggior numero di contatti sinaptici e un maggior numero di ramificazioni dendritiche neuronali. Stimolazioni specifiche e mirate possano infatti attivare determinate connessioni.

    La stimolazione cognitiva, facendo leva sul processo di plasticità neuronale, rinforzerebbe le capacità cognitive residue ed attiverebbe quelle poco utilizzate.

    Come effetto secondario, migliorerebbe il tono dell’umore e la motivazione individuale.

    In sintesi, la stimolazione cognitiva è un intervento mirato al benessere complessivo della persona. Essa è finalizzata a incrementare il coinvolgimento del paziente in compiti orientati alla riattivazione delle competenze residue e al rallentamento della perdita funzionale causata dalla patologia dementigena.

    Utilizza tecniche e interventi mirati e differenziati con l’obiettivo di massimizzare le funzioni residue dell’individuo, mediante l’impiego di tutte le risorse interne ed esterne disponibili, per mantenere il più a lungo possibile l’autonomia individuale.

    La maggior parte dei trattamenti utilizzati comprendono tecniche cognitive specifiche per la stimolazione della memoria, dell’attenzione e del linguaggio (ricordiamo la terapia di riorientamento nella realtà, finalizzata a modificare i comportamenti scorretti, ridurre l’isolamento del soggetto e rinforzare le informazioni del paziente rispetto alla propria identità, al contesto ed alla propria storia), associate alla terapia occupazionale (finalizzata al recupero delle competenze cognitive, funzionali e sociali, attraverso l’inserimento in attività socializzanti di gioco, ricreative, lavorative, artistiche e domestiche), all’attività fisica ed al counseling psicologico (soprattutto per i caregivers, cioè, come abbiamo visto, i familiari che accudiscono il paziente).

    A RISPONDERE ALLE DOMANDE:

    Dr. Carlo Pizzoni

    Specialista in Neurologia