Citomegalovirus: cos’è, sintomi e cura

Citomegalovirus: cos’è, sintomi e cura
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    Cos’è il citomegalovirus? Si tratta di un virus che colpisce le donne in gravidanza e i cui sintomi sono spesso poco evidenti o riconoscibili, per cui è opportuno iniziare una cura il prima possibile. È uno dei nemici della gestazione più conosciuti, che si insinua nell’organismo e rischia di compromettere seriamente la salute del piccolo durante i nove mesi di gravidanza. Le percentuali di incidenza ne delineano un profilo poco rassicurante, così come i rischi che comporta: il citomegalovirus colpisce circa un neonato su cento e, se la trasmissione da mamma a feto avviene prima della ventesima settimana di gestazione, le conseguenze possono essere molto gravi. Ma qual è la sintomatologia esatta che lo contraddistingue? Quali sono le sue cause? Quale il trattamento da seguire per sperare nella guarigione? Scopriamo di più in merito.

    Il citomegalovirus è un herpes virus davvero subdolo, come la famiglia virale alla quale appartiene: una volta contratto, rimane latente nell’organismo pronto a riattivarsi e a diventare pericoloso appena le difese immunitarie abbassano la guardia. Come ogni virus, anche questo, quando riesce a insinuarsi nei tessuti del corpo umano, entra nelle sue cellule, si riproduce e le danneggia, scatenando un meccanismo pericoloso.

    I sintomi di questa infezione sono simili a quelli di una normale mononucleosi infettiva, che si trasmette in modi ben precisi: si possono, quindi, manifestare sudore, febbre, stanchezza e dolori all’apparato muscolo-scheletrico. Si tratta di sintomi che, in ogni caso, devono attivare un campanello d’allarme nelle donne in gravidanza, in modo tale da poter intervenire per tempo, scongiurando eventuali pericoli e minacce durante la gestazione.

    Come anticipato prima, il citomegalovirus appartiene alla famiglia degli herpes virus, di cui fanno parte, ad esempio, l’herpes labiale e genitale e il virus della varicella. Un sistema immunitario compromesso gioca un ruolo fondamentale: un corpo in salute sarà, infatti, maggiormente resistente all’infezione e, di conseguenza, il rischio sarà inferiore.

    Il contagio avviene, nella maggior parte dei casi, per via diretta, attraverso il contatto con alcune sostanze infette: le principali vie di trasmissione sono il sangue, la saliva, le urine e i rapporti sessuali.

    In casi rari, è possibile che il virus si trasmetta in modo indiretto, attraverso l’utilizzo di oggetti come bicchieri, giocattoli, spazzolini da denti e simili. Il virus è pericoloso soprattutto se contratto da una futura mamma, durante la gestazione, perché il rischio concreto è di trasmetterlo al feto, attraverso il sangue e il liquido amniotico. Inoltre, se si è già stati infettati una volta, non si è immuni a una seconda volta, in quanto si può contrarre nuovamente l’infezione.

    I rischi per il feto sono numerosi e vanno dai problemi neurologici – come il ritardo mentale, i disturbi psicomotori, idrocefalo, calcificazioni, le sindromi spastiche, la sordità e la microcefalia, che ha sintomi caratteristici – ai disturbi, più o meno seri, dell’apparato gastroenterico, fino ai problemi di funzionalità alla vista e agli occhi. Esiste, poi, il rischio di aborto e sterilità.

    Alla comparsa dei primi segni e dubbi in merito alla comparsa dell’infezione, è opportuno contattare immediatamente il medico, in modo tale che effettui una corretta diagnosi – tramite gli esami e le analisi del caso – e che possa stabilire la terapia più corretta da seguire. Le donne in gravidanza dovrebbero, in ogni caso, sottoporsi con regolarità a test e controlli – come esami del sangue ed ecografie – per rilevare per tempo l’eventuale presenza del CMV.

    Possono essere prescritti alcuni farmaci ma, se il virus viene contratto in gravidanza, è possibile procedere con una cura che miri a diminuire le possibilità di trasmissione al feto: ciò prevede la somministrazione di immunoglobuline per via endovenosa, in modo tale da fornire alla madre gli anticorpi necessari a contrastare la diffusione del virus, impedendone il contagio al feto. Nel caso in cui l’infezione abbia già colpito il feto, la cura dovrà fornire al bambino stesso gli anticorpi necessari per combatterne l’attività, tramite la somministrazione di immunoglobuline a dosaggi più elevati.

    È bene specificare che la miglior cura è la prevenzione. Ridurre i rischi per il nascituro significa evitare il contagio e diagnosticare la presenza del virus nell’organismo materno tempestivamente: allo scopo – come anticipato prima – è fondamentale che le donne in gravidanza si sottopongano con regolarità, almeno una volta al mese, a test ed esami del sangue. È, infine, importante evitare contatti con saliva o altri liquidi organici – in quanto possibili vie di trasmissione – lavarsi spesso le mani e mantenere alte le proprie difese immunitarie, tramite una sana alimentazione: a tal scopo, sarà opportuno mangiare molta frutta e verdura.

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