Cervello: è razzista ma non lo sa

Il cervello umano reagisce agli impulsi con l'istinto di sopravvivenza, nella teoria difende il più debole per un fatto di acculturazione e nella pratica difende il più cattivo per non rischiare la sopravvivenza, questo nel 64% dei casi

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    Tolleranza

    Pare un gioco di parole ma non lo è affatto. Il cervello nella teoria è buono e intollerante verso ogni forma di discriminazione, ma in pratica invece tende a assecondare i cattivi e non i buoni, insomma il cervello umano sarebbe ipocrita, o troppo elaborato ed educato ormai per reagire con onestà.

    E’ passato poco più di un anno, da quando abbiamo parlato di una ricerca, resa nota da “Science”, che trattava del cervello e della sua più totale contrapposizione ad ogni forma di razzismo, teoria e dimostrazione che andavano a misurare come tanto più l’attività cerebrale era intensa, tanto meno il cervello accettava forme di intolleranza, per cui semplificando in estremo si potrebbe tranquillamente dire che una mente molto attiva non accetta il razzismo.

    Ecco che adesso ci troviamo a una nuova tappa dello studio del cervello sociale umano, che dimostra come effettivamente il cervello non accetti il razzismo, ma non sempre riesca a elaborare delle strategie o delle azioni per dimostrare questa propensione.

    Il nuovo studio è canadese ed è stato pubblicato sempre su “Science”, parla di una indagine svolta durante l’anno 2007, dall’Università di York insieme al Pew Research Centre di Washington; secondo i risultati emersi da questo studio il 67% delle persone di colore tutt’ora si sente discriminato per la sua razza sul posto di lavoro, mentra la metà di queste persone si sente osservato anche durante le mansioni quotidiane.

    Da qui la reazione del cervello, per cui in teoria la maggior parte degli intervistati, di fronte a un atto di razzismo o intolleranza, reagirebbe immediatamente, mentre nelle sperimentazioni reali non è così.

    Le previsioni fatte alle domande sono di molto ottimali rispetto alle concrete azioni nel quotidiano, dove i testati hanno deciso di unirsi ai carnefici e non alle vittime di razzismo, con una inconscia reazione a amicarsi chi commette l’errore piuttosto che non la vittima. Questo è accaduto nel 64% dei casi.

    Fonte: AGI Salute

    Foto da Image Shack 526