Cellule e vasi sanguigni nuovi di zecca costruiti in laboratorio

Cellule e vasi sanguigni nuovi di zecca costruiti in laboratorio
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    Vene e arterie invecchiate? Niente paura, fra non molto le sostituiremo con delle nuove, utilizzando le nostre stesse cellule che costituiscono i vasi sanguigni.

    E’ quanto è emerso da un lavoro scientifico californiano, dove, presso i laboratori Cytografi Tissue Engeneering, è pronta una nuova tecnica che consente di coltivare nuove cellule dello stesso paziente per poi impiantarle laddove occorre, una soluzione, questa, che si rivelerebbe utilissima nei baypass cardiaci o nella sostituzione di vasi sanguigni degli arti inferiori danneggiati dal diabete.

    La tecnica riveste un importante significato clinico, per via del fatto che le nuove cellule impiantate non possono dare fenomeni di rigetto poiché trattasi di fibroblasti prelevati dalla cute dello stesso paziente e, dunque, accettate dall’organismo e, successivamente impiantate, a formare nuovo tessuto che costituirà le nuove arterie e vene.

    Fino adesso a sottoporsi, volontariamente, a questo nuovo metodo, sono stati 10 pazienti americani trattati, in dialisi, a causa di gravi nefropatie e con vene, di conseguenza molto malandate; dopo 13 mesi dall’impianto, su tre pazienti, i risultati sono stati incoraggianti ed invoglierebbero a proseguire la ricerca che, per intanto, è stata pubblicata sulla rivista scientifica, New England Journal of Medicine, richiamando l’attenzione su uno dei tre casi riusciti al meglio,considerato che il paziente, in questione, ha persino potuto abbandonare la dialisi potendosi sottoporre a trapianto del rene, fatto, precedentemente impossibile, stante la situazione precaria dei suoi vasi sanguigni.

    Plauso a questa ricerca viene dal professore Maurizio Caporossi, direttore di patologia vascolare dell’Istituto Dermopatico dell’Università di Roma, il quale sostiene che la nuova tecnica americana potrebbe avere applicazione nei pazienti sottoposti a by pass cardiaci, soprattutto quando il paziente si trova nell’impossibilità di utilizzare propri vasi resi indisponibili da altri interventi similari e la nuova tecnica potrebbe rivelarsi vincente potendo, così, abbandonare, col tempo, le protesi sintetiche fin’ora utilizzate, visti i limiti di questi sistemi artificiali che tendono ad occludersi presto vanificando, a volte, il lavoro dei chirurghi, soprattutto quando si opera su pazienti diabetici.

    Unica critica a questo rivoluzionario sistema, invece, si registra da parte di alcuni studiosi che, pur manifestando soddisfazioni per lo studio americano, rilevano come questo sia ancora, allo stato dei fatti, difficilmente applicabile, per via delle infezioni cui i nuovi vasi sarebbero esposti, soprattutto in pazienti dializzati, o, comunque, già defedati dalla patologia che li affligge, mentre nei bypass cardiaci, per alcuni autori, il rischio di sostituire l’attuale intervento, ritenuto sicuro, contro un altro dagli esiti ancora dubbi, farebbe propendere per la prudenza, innanzitutto.

    Una cosa è certa, anche se la nuova tecnica non è ancora del tutto applicabile, rimanendo in atto relegata a livello puramente sperimentale, aprirebbe, ugualmente, la strada verso nuove scoperte scientifiche che nel breve potrebbero trovare una pronta applicazione rendendo più certa e immediata la guarigione davanti a patologie importanti e soprattutto di difficile approccio terapeutico che, in atto, si presentano più complicate a causa dell’invasività che le nuove tecniche di cui si dispone non riescono ancora a scongiurare.

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