Bambini e ansia da separazione: quando preoccuparsi e cosa fare per evitarla

La dr.ssa Daniela Benedetto ci parla di ansia da separazione nei bambini, un sentimento molto vicino all'angoscia che nasce nel momento in cui la mamma si allontana e che viene espresso con agitazione, pianto, difficoltà nell'addormentarsi e risvegli notturni, una vera e propria paura di essere abbandonato.

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    Temete che il vostro bambino possa “soffrire” di una certa ansia da separazione? Cerchiamo allora di fare un po’ di chiarezza sull’argomento, rivolgendo alcune domande alla dr.ssa Daniela Benedetto, Psicologa e specialista in Psicoterapia.

    Ansia da separazione nei bambini: di cosa si tratta?

    Se non ci fosse, ce ne dovremmo preoccupare.

    Spitz parla di “angoscia dell’estraneo” che fa esordio nel neonato intorno agli otto mesi, quando si avvicina una figura diversa da quella materna.

    È un chiaro segno che il piccolo incomincia a dare forma ai volti umani, riconoscendoli come tali ma, soprattutto, riconoscendo il volto del suo caregiver, cioè di colui o di colei che ha scelto come figura primaria di attaccamento (di solito la mamma), come unico fra tanti altri.

    È da lei che si sente rassicurato, confortato, stimolato, ed è da lei che dipende per la sua sopravvivenza. Ora, più che mai, sembra rendersene conto a fronte di tante altre persone che diventano più nitide nel suo spazio vitale e il cui riconoscimento gli genera paura.

    La cosiddetta ansia da separazione, che si manifesta emotivamente con la paura dell’abbandono e con l’angoscia della solitudine, si fa più nitida e viene attivata non appena il piccolo perde il ‘contatto’ visivo sensoriale con la mamma. La qualità dell’interrelazione cognitiva, comportamentale, psichica ed emotiva della mamma nei confronti del piccolo traccia la linea dello stile di attaccamento.

    Dagli otto mesi comincia tra l’altro, progressivamente, ad acquisire l’autonomia negli spostamenti (incomincia a gattonare e poi a camminare), può procurarsi da solo piccoli oggetti o cibo che stimolano la sua curiosità.

    Con l’esplorazione, se lo sviluppo psichico e affettivo è sano, il piccolo acquisisce sempre più terreno e può impadronirsi di quegli strumenti cognitivi, emotivi e sensoriali che lo caratterizzano come individuo. Il piccolo non è ancora in grado, intorno agli otto mesi, di avere consapevolezza dello spazio e del tempo e quando la mamma si allontana e non può più vederla, per il bambino è come se fosse sparita e non tornasse più. Le modalità di allontanamento dello stile di relazione della mamma influenzano molto la risposta del bambino. Normalmente, l’ansia aumenta tra i 13 e i 18 mesi per poi ridursi progressivamente tre 3 e i 5 anni.

    La risposta della mamma alla paura e all’angoscia del piccolo, ma anche la reazione della mamma ai primi allontanamenti del figlio, creeranno le basi di una relazione affettiva più o meno sicura (Bowlby).

    Bowlby, psicologo e psicanalista britannico, che ha studiato a lungo lo sviluppo psicologico del bambino, ha Individuato quattro stili di attaccamento mamma/bambino:

    1. Sicuro
    2. Insicuro evitante
    3. Ansioso ambivalente
    4. Disorientato/disorganizzato

    Se lo stile di attaccamento non si configura come ‘sicuro’, potremmo riscontrare in futuro nel piccolo un disturbo di ansia.

    Bolwby illustra come dalla relazione con le figure di attaccamento primarie (caregiver) il bambino acquisirà i modelli operativi interni (MOI) e cioè le rappresentazioni di Sé, degli altri e del mondo, quale base per costruire, per tutto il corso della sua vita, le relazioni con gli altri sentendo il modello quale unica strategia a lui più familiare per salvaguardarsi dall’abbandono o dalla solitudine.

    Nel futuro, sceglierà persone con cui entrare in relazione che richiamino quel modello primario per il quale, sulla base del quale, ha costruito delle strategie di adattamento, nel tentativo di rispondere alle esigenze di affidamento e fiducia per garantirsi una giusta esplorazione del mondo.

    Però, ad esempio, a fronte di una mamma depressa che ora c’è e altre volte, pur essendo presente fisicamente, è presa dai suoi pensieri ed è distratta, il bambino attiverà un sistema di controllo ansioso che non gli permetterà liberamente di staccarsi dalla mamma e di attivare una sana esplorazione del mondo.

    In futuro, attiverà con molta probabilità, relazioni con persone con le quali si sentirà sempre a rischio e dalle quali forse dipenderà affettivamente, mantenendo uno stato di allerta costante.

    Quali sono le spie che devono davvero preoccupare un genitore?

    Come abbiamo detto, l’ansia da separazione è del tutto normale e anzi significativa di un consueto processo evolutivo nei primi anni di vita, a seguito della crescente consapevolezza del bisogno di sentirsi ‘legati’ a qualcuno per la sicurezza della propria sopravvivenza.

    Quando, però, si osserva un’incapacità di esplorare il mondo senza la presenza della figura di attaccamento primaria, di solito la mamma, allora possiamo parlare di Disturbo d’ansia da Separazione.

    Il DSM-5 (il manuale diagnostico statistico dei disturbi mentali utilizzato a livello internazionale) individua tale disturbo quando sono presenti almeno 3 degli indici indicati qui sotto e persistenti da almeno 4 settimane, nei bambini e negli adolescenti:

    1. Ricorrente ed eccessivo disagio quando si prevede o si sperimenta la separazione da casa o dalle principali figure di attaccamento.
    2. Persistente ed eccessiva preoccupazione riguardo la perdita delle figure di attaccamento, o alla possibilità che accada loro qualcosa di dannoso, come malattie, ferite, catastrofi con morte.
    3. Persistente ed eccessiva preoccupazione riguardo al fatto che un evento imprevisto comporti separazione dalla principale figura di attaccamento (per esempio: perdersi, essere rapito, avere un incidente, ammalarsi).
    4. Persistente riluttanza o rifiuto di uscire di casa per andare a scuola, al lavoro o altrove per paura della separazione.
    5. Persistente ed eccessiva paura di, o riluttanza a, stare da soli o senza le principali figure di attaccamento, a casa o in altri ambienti.
    6. Persistente riluttanza o rifiuto di dormire fuori casa o di andare a dormire senza avere vicino una delle principali figure di attaccamento.
    7. Ripetuti incubi che implicano il tema della separazione.
    8. Ripetute lamentele di sintomi fisici (per esempio, mal di testa, dolore di stomaco, nausea, vomito), quando si verifica o si prevede la separazione delle principali figure di attaccamento.

    Cosa fare per evitare questo tipo di ansia?

    I genitori possono migliorare la consapevolezza di quei momenti in cui ci si assenta o ci si allontana dal bambino.

    Comprendere quali siano per il bambino i punti critici in cui entra in ansia rispetto alla paura di non ritorno del genitore o alla paura di essere abbandonato o lasciato solo, permette ai caregiver (i genitori normalmente) di impostare quei giusti comportamenti che possano rassicurare il piccolo, già a partire dagli 8 mesi, sul fatto che farà ritorno, abituarlo a piccoli distacchi di qualche minuto, sia avvisandolo del ritorno sia enfatizzandone il proprio rientro, con una esclamazione tipo: ‘eccomi qui, sono tornata!’

    Piccoli distacchi che rientrano nella quotidianità degli impegni familiari o delle abitudini legate al sonno vanno gestiti con attenzione.

    I bambini vanno sempre ascoltati nelle loro paure e, a volte, dobbiamo dare giusto significato anche a quelle sintomatologie del corpo che richiamano risposte organiche allo stress, tipo nausea, mal di pancia, mal di testa.

    I bimbi non vanno ridicolizzati o denigrati rispetto al loro disagio, ma ascoltati, rassicurati e accompagnati, ad es. nel loro lettino, e abituati a rasserenarsi dopo la lettura di una favola e un bacio della buonanotte.

    I momenti critici più significativi possono essere l’inizio dell’asilo, un trasloco, la separazione dei genitori, un viaggio improvviso, una trasferta di lavoro di uno dei genitori oppure una morte in famiglia o una malattia, ma anche la nascita di un fratellino.

    È utile scegliere un tempo adatto e un modo per abituare il piccolo a separarsi.

    Ad esempio, sappiamo che il bambino è più fragile quando è stanco o affamato. Pertanto, se possibile assicuriamoci che il bimbo sia sufficientemente riposato e sazio prima di allontanarci. Spiegare le cose al bambino con calma (prima in noi stessi). Il bambino riflette il nostro stato d’animo ed è importante che noi stessi siamo in grado di gestire la nostra ansia e la nostra ‘fretta’.

    Essere sufficientemente affettuosi, abbassare il tono della voce, utilizzare un tono rassicurante, parlare lentamente, sorridere e guardare il piccolo negli occhi e, soprattutto, comunicare sempre al nostro bambino quando ci allontaniamo.

    Quando le difficoltà del bambino sono persistenti o, invece, per inverso si denota nel piccolo una totale assenza di ansia, è sempre bene consultare uno specialista psicologo, perché possa al meglio indirizzare i genitori nel loro ruolo e nella loro comunicazione con il bambino.

    A RISPONDERE ALLE DOMANDE:

    Dr.ssa Daniela Benedetto

    Psicologa e specialista in Psicoterapia